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IL RACCONTO - Padovano: "Ho lottato 17 anni contro un'ingiustizia, il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa"
30.03.2026 18:41 di Napoli Magazine
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Michele Padovano, ex attaccante, si è raccontato a La Gazzetta dello Sport: "Ho lottato diciassette anni contro un'accusa ingiusta. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa".

Padovano, non possiamo che partire da qui. Lei stesso l'ha definito un inferno, durato 17 lunghi anni.

"Lo è stato. Assolutamente. Soprattutto perché ho sempre saputo di essere innocente e completamente estraneo ai fatti. Ho lottato diciassette anni contro un'ingiustizia. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. L'assoluzione per me vale la vittoria della Champions".

Quale è stato il momento più duro in tutto questo tempo?

"Ce ne sono stati tanti. Probabilmente l'isolamento. Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. E' una sensazione difficile da descrivere a parole. Ti sembra che il tempo non passi mai. In più, in quel periodo era sotto indagine anche mia moglie poi archiviata dopo 7 mesi e non potevamo nemmeno chiamarci. Infine, il trattamento delle guardie nei miei confronti: è stato davvero pesante".

Ci spieghi meglio.

"Eh, credo che fosse dovuto anche al fatto che fossi un calciatore. Una guardia carceraria mi disse 'i tuoi soldi adesso te li ficchi nel culo'. Cose di un altro mondo. I carabinieri che mi davano del 'tu', trattandomi come una pezza da piedi. Hanno cercato di calpestare la mia dignità sin dal primo momento".

E' stato accusato di essere il principale finanziatore di un'associazione a delinquere finalizzata allo spaccio internazionale di droga, senza sapere assolutamente nulla. Si è mai dato una spiegazione?

"Tutto nasce dal fatto che ho prestato dei soldi a un amico. Lo conoscevo da una vita. Economicamente stavo bene e non era un problema per me aiutare qualcuno in difficoltà, anzi. Ma non sapevo cosa avrebbe fatto con quei 35mila euro. Non ero al corrente di nulla. Gli dissi solamente 'so che sei un combina guai, do i soldi a tua moglie'. Ma in modo bonario. Invece le nostre telefonate, innocenti, sono state scambiate per messaggi in codice con parole criptate. Parlavamo di 'cavallo', 'gru' e 'terreno' e per gli investigatori sarebbero stati nomi in codice relativi a partite di cocaina. Per fortuna ha vinto la verità. Certo, tutto quello che ho perso nessuno me lo ridarà indietro".

Ha mai avuto paura di non farcela?

"Dopo le due batoste nei primi gradi di giudizio... un po' sì. Più che altro ho avuto paura di non riuscire a dimostrare la mia innocenza. Ma ho lottato come un leone e non ho mai mollato. La tenacia è la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così".

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IL RACCONTO - Padovano: "Ho lottato 17 anni contro un'ingiustizia, il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa"

di Redazione

30/03/2026 - 18:41

Michele Padovano, ex attaccante, si è raccontato a La Gazzetta dello Sport: "Ho lottato diciassette anni contro un'accusa ingiusta. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa".

Padovano, non possiamo che partire da qui. Lei stesso l'ha definito un inferno, durato 17 lunghi anni.

"Lo è stato. Assolutamente. Soprattutto perché ho sempre saputo di essere innocente e completamente estraneo ai fatti. Ho lottato diciassette anni contro un'ingiustizia. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. L'assoluzione per me vale la vittoria della Champions".

Quale è stato il momento più duro in tutto questo tempo?

"Ce ne sono stati tanti. Probabilmente l'isolamento. Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. E' una sensazione difficile da descrivere a parole. Ti sembra che il tempo non passi mai. In più, in quel periodo era sotto indagine anche mia moglie poi archiviata dopo 7 mesi e non potevamo nemmeno chiamarci. Infine, il trattamento delle guardie nei miei confronti: è stato davvero pesante".

Ci spieghi meglio.

"Eh, credo che fosse dovuto anche al fatto che fossi un calciatore. Una guardia carceraria mi disse 'i tuoi soldi adesso te li ficchi nel culo'. Cose di un altro mondo. I carabinieri che mi davano del 'tu', trattandomi come una pezza da piedi. Hanno cercato di calpestare la mia dignità sin dal primo momento".

E' stato accusato di essere il principale finanziatore di un'associazione a delinquere finalizzata allo spaccio internazionale di droga, senza sapere assolutamente nulla. Si è mai dato una spiegazione?

"Tutto nasce dal fatto che ho prestato dei soldi a un amico. Lo conoscevo da una vita. Economicamente stavo bene e non era un problema per me aiutare qualcuno in difficoltà, anzi. Ma non sapevo cosa avrebbe fatto con quei 35mila euro. Non ero al corrente di nulla. Gli dissi solamente 'so che sei un combina guai, do i soldi a tua moglie'. Ma in modo bonario. Invece le nostre telefonate, innocenti, sono state scambiate per messaggi in codice con parole criptate. Parlavamo di 'cavallo', 'gru' e 'terreno' e per gli investigatori sarebbero stati nomi in codice relativi a partite di cocaina. Per fortuna ha vinto la verità. Certo, tutto quello che ho perso nessuno me lo ridarà indietro".

Ha mai avuto paura di non farcela?

"Dopo le due batoste nei primi gradi di giudizio... un po' sì. Più che altro ho avuto paura di non riuscire a dimostrare la mia innocenza. Ma ho lottato come un leone e non ho mai mollato. La tenacia è la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così".