Ezequiel Lavezzi è stato protagonista del podcast Olga. Ecco il suo racconto a Migue Granados: "Sono cresciuto a Villa Gobernador Galvez, dove ho passato tutta la mia infanzia e dove ho iniziato a giocare a calcio. I miei genitori si separarono quando ero molto piccolo e spesso erano gli allenatori a venirmi a prendere per portarmi ad allenamento. Il calcio subito la mia strada? Non proprio, perché a un certo punto mi annoiavo e tra i 13 e i 15 anni smisi perfino di giocare. Poi però il calcio mi ha rimesso in carreggiata e, guardando indietro, credo davvero che mi abbia salvato. Il quartiere era duro e tante cose, quando ci vivi dentro, ti sembrano normali anche se non lo sono. Il calcio mi ha dato una possibilità diversa e mi ha allontanato da una realtà in cui tanti miei amici si sono persi. Se ho lasciato presto anche la scuola? Sì, sono arrivato fino al terzo anno delle superiori. Poi è successo tutto molto in fretta e mi sono trovato dentro una vita che non avevo programmato, cercando solo di gestirla giorno per giorno. Il rapporto con la professione del calciatore? Io non ho mai vissuto il calcio come un peso. Ho sempre giocato per divertirmi e, anche quando aumentavano le responsabilità, non ho mai fatto la vita perfetta del professionista. Se ho pensato più volte di smettere? Sì perché mi annoio facilmente e mi è successo tante volte di pensare di smettere, anche quando le cose andavano bene. Però in campo riuscivo sempre a trovare il piacere del gioco. Padre giovane? Sì avevo circa vent'anni, ai tempi di San Lorenzo, è nato Tommy, che oggi ha 21 anni, e anche se con sua madre la storia è finita, tra noi è rimasto un buon rapporto. Il primo impatto con l'Italia? All'inizio non fu semplice, perché non mi sentivo pronto a lasciare la mia vita, i miei amici e le mie abitudini. In quel periodo arrivai perfino a pensare di smettere di giocare. A Napoli ho vissuto qualcosa di unico. La gente mi ha accolto come se fossi uno di loro e si è creato un legame speciale che ancora oggi faccio fatica a spiegare, l'amore del pubblico supera i confini normali del calcio. A un certo punto non potevo più uscire di casa, ma allo stesso tempo sentivo di essere entrato davvero nel cuore della città. Quel livello di popolarità ha tolto libertà. Moltissima, perché anche fare una cosa semplice diventava complicato. A volte, quando c'era mio figlio con me, dovevamo trovare modi assurdi per uscire tranquilli, ma resta comunque uno dei periodi più belli della mia vita".
di Redazione
05/05/2026 - 12:58
Ezequiel Lavezzi è stato protagonista del podcast Olga. Ecco il suo racconto a Migue Granados: "Sono cresciuto a Villa Gobernador Galvez, dove ho passato tutta la mia infanzia e dove ho iniziato a giocare a calcio. I miei genitori si separarono quando ero molto piccolo e spesso erano gli allenatori a venirmi a prendere per portarmi ad allenamento. Il calcio subito la mia strada? Non proprio, perché a un certo punto mi annoiavo e tra i 13 e i 15 anni smisi perfino di giocare. Poi però il calcio mi ha rimesso in carreggiata e, guardando indietro, credo davvero che mi abbia salvato. Il quartiere era duro e tante cose, quando ci vivi dentro, ti sembrano normali anche se non lo sono. Il calcio mi ha dato una possibilità diversa e mi ha allontanato da una realtà in cui tanti miei amici si sono persi. Se ho lasciato presto anche la scuola? Sì, sono arrivato fino al terzo anno delle superiori. Poi è successo tutto molto in fretta e mi sono trovato dentro una vita che non avevo programmato, cercando solo di gestirla giorno per giorno. Il rapporto con la professione del calciatore? Io non ho mai vissuto il calcio come un peso. Ho sempre giocato per divertirmi e, anche quando aumentavano le responsabilità, non ho mai fatto la vita perfetta del professionista. Se ho pensato più volte di smettere? Sì perché mi annoio facilmente e mi è successo tante volte di pensare di smettere, anche quando le cose andavano bene. Però in campo riuscivo sempre a trovare il piacere del gioco. Padre giovane? Sì avevo circa vent'anni, ai tempi di San Lorenzo, è nato Tommy, che oggi ha 21 anni, e anche se con sua madre la storia è finita, tra noi è rimasto un buon rapporto. Il primo impatto con l'Italia? All'inizio non fu semplice, perché non mi sentivo pronto a lasciare la mia vita, i miei amici e le mie abitudini. In quel periodo arrivai perfino a pensare di smettere di giocare. A Napoli ho vissuto qualcosa di unico. La gente mi ha accolto come se fossi uno di loro e si è creato un legame speciale che ancora oggi faccio fatica a spiegare, l'amore del pubblico supera i confini normali del calcio. A un certo punto non potevo più uscire di casa, ma allo stesso tempo sentivo di essere entrato davvero nel cuore della città. Quel livello di popolarità ha tolto libertà. Moltissima, perché anche fare una cosa semplice diventava complicato. A volte, quando c'era mio figlio con me, dovevamo trovare modi assurdi per uscire tranquilli, ma resta comunque uno dei periodi più belli della mia vita".