Il campo “Capri” può essere bello quanto un piccolo impianto da Challenger americano.
Adesso Pozzuoli chiede di poter pensare con la stessa ambizione.
LA RESILIENZA È STATA UNA SCELTA
Il tema della settimana era la resilienza.
Una parola che, soprattutto nei Campi Flegrei, rischia facilmente di diventare retorica se non viene accompagnata dai fatti.
Qui i fatti sono stati semplici.
Il territorio continua a convivere con la paura e l’incertezza dello sciame sismico. Il Tennis Club Pozzuoli avrebbe potuto fermarsi. Avrebbe potuto rinunciare, rimandare, aspettare tempi più semplici.
Ha scelto di fare il contrario.
Ha organizzato un torneo internazionale.
Ha accolto giocatori e pubblico.
Ha portato cinquemila persone dentro il circolo.
Ha tenuto insieme competizione e territorio.
E Angelo Chiaiese, presidente della Federtennis e padel Campania, lo ha riconosciuto durante la premiazione.
«L'intero movimento che rappresento glielo deve. In qualsiasi altra città, in qualsiasi altra tappa del circuito internazionale, dinanzi alla minaccia pericolosissima del perdurante sciame sismico gli organizzatori si sarebbero fatti da parte. Non loro che hanno già dimostrato in più occasioni di essere un motivo di vanto per il tennis della nostra terra».
Il punto non è soltanto aver resistito.
È aver continuato a fare bene.
Chiaiese ha sottolineato il livello tecnico della finale e ha inserito Pozzuoli dentro una Campania che, con il Challenger di Napoli e gli Internazionali femminili di Caserta, sta costruendo una presenza sempre più riconoscibile nel tennis internazionale.
UNA FOLLIA DEL 2019 DIVENTATA UN PROGETTO
Per capire davvero questa storia bisogna tornare al 2019.
Il Tennis Club Pozzuoli nasce dall’intuizione di Antonio Laezza, Roberto Sorrentino e Sandro Lupi. Intorno a quell’idea, all’inizio, non mancava lo scetticismo.
Era comprensibile.
Un torneo internazionale non si improvvisa. Una struttura non cresce soltanto perché lo desidera. Servono persone, competenze, risorse, organizzazione e soprattutto la capacità di ricominciare ogni anno con qualcosa in più.
Loro hanno scelto di provarci.
Oggi, quattro edizioni dopo, il risultato è davanti agli occhi.
Il torneo ha una propria identità. I giocatori lo riconoscono. Il pubblico risponde. Gli sponsor partecipano. L’organizzazione funziona.
Quella che nel 2019 poteva sembrare una sana follia oggi è diventata una realtà capace di guardare oltre.
QUANDO UNA SQUADRA FUNZIONA, SI VEDE
Una manifestazione del genere non si costruisce soltanto attorno ai due giocatori che arrivano in finale.
C’è il lavoro del referee Riccardo De Biase. C’è il tunisino Karim Khalfallah, arbitro dell’ultimo atto. C’è Vincenzo Garbato, maestro FITP e direttore tecnico del Pozzuoli, chiamato a coordinare giocatori, ball boys e giudici di linea.
Ci sono gli sponsor, i collaboratori, i ragazzi che lavorano sui campi.
E ci sono Laezza, Sorrentino e Lupi.
Ruoli diversi, una stessa direzione.
È questa, in fondo, la parte invisibile delle manifestazioni che funzionano: quando tutto
sembra semplice, significa che qualcuno ha lavorato perché lo fosse.
IL TROFEO RESTA, LA SFIDA CONTINUA
Efstathiou torna a casa con un titolo e con un altro passo verso il tennis che conta.
Rossi riparte da una finale che conferma la solidità del suo percorso.
Hudd e McHugh aggiungono il titolo di doppio a una settimana internazionale di alto livello.
Pozzuoli, invece, si ritrova con qualcosa di più difficile da mettere in una bacheca.
Una reputazione.
E una responsabilità.
Perché cinquemila persone non sono soltanto il bilancio di una settimana riuscita. Sono la prova che il torneo ha trovato un pubblico. E un pubblico, quando arriva, chiede inevitabilmente che la storia continui.
Il quarto Internazionale ITF non è dunque un punto d’arrivo.
È il momento nel quale Pozzuoli può smettere di chiedersi se sia capace di pensare in grande.
Lo ha già dimostrato.
Adesso deve capire quanto può diventare grande.
La resilienza, alla fine, non è soltanto resistere a ciò che accade. È continuare a costruire mentre accade.
E a Pozzuoli, per una settimana, il tennis ha fatto esattamente questo.
Il trofeo lo ha alzato Efstathiou. La sfida più grande l’ha vinta il Tennis Club Pozzuoli.
di Redazione
14/09/2026 - 09:49
Il campo “Capri” può essere bello quanto un piccolo impianto da Challenger americano.
Adesso Pozzuoli chiede di poter pensare con la stessa ambizione.
LA RESILIENZA È STATA UNA SCELTA
Il tema della settimana era la resilienza.
Una parola che, soprattutto nei Campi Flegrei, rischia facilmente di diventare retorica se non viene accompagnata dai fatti.
Qui i fatti sono stati semplici.
Il territorio continua a convivere con la paura e l’incertezza dello sciame sismico. Il Tennis Club Pozzuoli avrebbe potuto fermarsi. Avrebbe potuto rinunciare, rimandare, aspettare tempi più semplici.
Ha scelto di fare il contrario.
Ha organizzato un torneo internazionale.
Ha accolto giocatori e pubblico.
Ha portato cinquemila persone dentro il circolo.
Ha tenuto insieme competizione e territorio.
E Angelo Chiaiese, presidente della Federtennis e padel Campania, lo ha riconosciuto durante la premiazione.
«L'intero movimento che rappresento glielo deve. In qualsiasi altra città, in qualsiasi altra tappa del circuito internazionale, dinanzi alla minaccia pericolosissima del perdurante sciame sismico gli organizzatori si sarebbero fatti da parte. Non loro che hanno già dimostrato in più occasioni di essere un motivo di vanto per il tennis della nostra terra».
Il punto non è soltanto aver resistito.
È aver continuato a fare bene.
Chiaiese ha sottolineato il livello tecnico della finale e ha inserito Pozzuoli dentro una Campania che, con il Challenger di Napoli e gli Internazionali femminili di Caserta, sta costruendo una presenza sempre più riconoscibile nel tennis internazionale.
UNA FOLLIA DEL 2019 DIVENTATA UN PROGETTO
Per capire davvero questa storia bisogna tornare al 2019.
Il Tennis Club Pozzuoli nasce dall’intuizione di Antonio Laezza, Roberto Sorrentino e Sandro Lupi. Intorno a quell’idea, all’inizio, non mancava lo scetticismo.
Era comprensibile.
Un torneo internazionale non si improvvisa. Una struttura non cresce soltanto perché lo desidera. Servono persone, competenze, risorse, organizzazione e soprattutto la capacità di ricominciare ogni anno con qualcosa in più.
Loro hanno scelto di provarci.
Oggi, quattro edizioni dopo, il risultato è davanti agli occhi.
Il torneo ha una propria identità. I giocatori lo riconoscono. Il pubblico risponde. Gli sponsor partecipano. L’organizzazione funziona.
Quella che nel 2019 poteva sembrare una sana follia oggi è diventata una realtà capace di guardare oltre.
QUANDO UNA SQUADRA FUNZIONA, SI VEDE
Una manifestazione del genere non si costruisce soltanto attorno ai due giocatori che arrivano in finale.
C’è il lavoro del referee Riccardo De Biase. C’è il tunisino Karim Khalfallah, arbitro dell’ultimo atto. C’è Vincenzo Garbato, maestro FITP e direttore tecnico del Pozzuoli, chiamato a coordinare giocatori, ball boys e giudici di linea.
Ci sono gli sponsor, i collaboratori, i ragazzi che lavorano sui campi.
E ci sono Laezza, Sorrentino e Lupi.
Ruoli diversi, una stessa direzione.
È questa, in fondo, la parte invisibile delle manifestazioni che funzionano: quando tutto
sembra semplice, significa che qualcuno ha lavorato perché lo fosse.
IL TROFEO RESTA, LA SFIDA CONTINUA
Efstathiou torna a casa con un titolo e con un altro passo verso il tennis che conta.
Rossi riparte da una finale che conferma la solidità del suo percorso.
Hudd e McHugh aggiungono il titolo di doppio a una settimana internazionale di alto livello.
Pozzuoli, invece, si ritrova con qualcosa di più difficile da mettere in una bacheca.
Una reputazione.
E una responsabilità.
Perché cinquemila persone non sono soltanto il bilancio di una settimana riuscita. Sono la prova che il torneo ha trovato un pubblico. E un pubblico, quando arriva, chiede inevitabilmente che la storia continui.
Il quarto Internazionale ITF non è dunque un punto d’arrivo.
È il momento nel quale Pozzuoli può smettere di chiedersi se sia capace di pensare in grande.
Lo ha già dimostrato.
Adesso deve capire quanto può diventare grande.
La resilienza, alla fine, non è soltanto resistere a ciò che accade. È continuare a costruire mentre accade.
E a Pozzuoli, per una settimana, il tennis ha fatto esattamente questo.
Il trofeo lo ha alzato Efstathiou. La sfida più grande l’ha vinta il Tennis Club Pozzuoli.