Cesc Fabregas, oggi allenatore del Como, nell’intervista concessa a Walter Veltroni per Il Corriere della Sera mette a confronto due mondi sempre più lontani.
Dalla crescita personale alla gestione dei giovani, fino alle riflessioni sul calcio contemporaneo, lo spagnolo tocca temi profondi e spesso critici verso l’evoluzione del gioco: “Oggi tutto è più veloce, più giudicante, meno umano”.
Fabregas parte dai ricordi: “Ho imparato a giocare a calcio per strada sotto casa, tirando la palla contro il muro o la saracinesca dei negozi. Era una magnifica ossessione”. Un calcio fatto di creatività e tempo infinito: “D’estate dai nonni stavo al campetto dalla mattina alla sera, mi bastava sentire il pallone e scendevo”. Un mondo che, secondo lui, oggi si è perso: “Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella libertà, ma ora il tempo è occupato da iPad e social che divorano tutto. Mia figlia di 13 anni è l'unica della sua classe a non avere il telefono e non lo avrà fino a 16 o 17 anni, l'età minima che dovrebbe essere prevista per averlo”.
Il tema centrale diventa la pressione esterna: “Quella me**a dei social ha rovinato tutto. Sbagli una partita e sei una nullità”. Fabregas sottolinea come il giudizio sia diventato immediato e spesso distorto: “La gente che ti insulta o ti esalta non esiste, sono spesso persone che dopo cinque minuti hanno già cambiato idea”. E sui giovani è ancora più diretto: “Non hanno più pazienza, non riescono a concentrarsi, devono cambiare sempre tema. Se sbagli un passaggio sembra la fine del mondo, ma sbagliare è necessario per crescere”.
Parlando del suo lavoro, Fabregas difende il progetto Como: “Nelle giovanili insegniamo tecnica e libertà, voglio che i ragazzi si divertano. Il calcio deve essere gioia, non paura di sbagliare o moduli urlati dagli allenatori”. Poi una riflessione sul gruppo: “Mi dispiace non avere italiani in rosa. Quando eravamo in Serie B erano quasi tutti italiani e abbiamo vinto, ora non è stato semplice trovarli funzionali al nostro modo di giocare”.
Fabregas entra anche nel merito della costruzione della squadra: “Non mi piacciono le rose rifatte ogni sei mesi. La stabilità è fondamentale per costruire qualcosa di serio”. E sulla Champions League è netto: “Se non sei pronto, ti possono stravolgere anche con risultati pesanti”. Infine, il focus su uno dei talenti più discussi: “Nico Paz resta? Non si sa. Lui è molto contento qui, vedremo cosa succede”.
di Redazione
08/06/2026 - 21:27
Cesc Fabregas, oggi allenatore del Como, nell’intervista concessa a Walter Veltroni per Il Corriere della Sera mette a confronto due mondi sempre più lontani.
Dalla crescita personale alla gestione dei giovani, fino alle riflessioni sul calcio contemporaneo, lo spagnolo tocca temi profondi e spesso critici verso l’evoluzione del gioco: “Oggi tutto è più veloce, più giudicante, meno umano”.
Fabregas parte dai ricordi: “Ho imparato a giocare a calcio per strada sotto casa, tirando la palla contro il muro o la saracinesca dei negozi. Era una magnifica ossessione”. Un calcio fatto di creatività e tempo infinito: “D’estate dai nonni stavo al campetto dalla mattina alla sera, mi bastava sentire il pallone e scendevo”. Un mondo che, secondo lui, oggi si è perso: “Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella libertà, ma ora il tempo è occupato da iPad e social che divorano tutto. Mia figlia di 13 anni è l'unica della sua classe a non avere il telefono e non lo avrà fino a 16 o 17 anni, l'età minima che dovrebbe essere prevista per averlo”.
Il tema centrale diventa la pressione esterna: “Quella me**a dei social ha rovinato tutto. Sbagli una partita e sei una nullità”. Fabregas sottolinea come il giudizio sia diventato immediato e spesso distorto: “La gente che ti insulta o ti esalta non esiste, sono spesso persone che dopo cinque minuti hanno già cambiato idea”. E sui giovani è ancora più diretto: “Non hanno più pazienza, non riescono a concentrarsi, devono cambiare sempre tema. Se sbagli un passaggio sembra la fine del mondo, ma sbagliare è necessario per crescere”.
Parlando del suo lavoro, Fabregas difende il progetto Como: “Nelle giovanili insegniamo tecnica e libertà, voglio che i ragazzi si divertano. Il calcio deve essere gioia, non paura di sbagliare o moduli urlati dagli allenatori”. Poi una riflessione sul gruppo: “Mi dispiace non avere italiani in rosa. Quando eravamo in Serie B erano quasi tutti italiani e abbiamo vinto, ora non è stato semplice trovarli funzionali al nostro modo di giocare”.
Fabregas entra anche nel merito della costruzione della squadra: “Non mi piacciono le rose rifatte ogni sei mesi. La stabilità è fondamentale per costruire qualcosa di serio”. E sulla Champions League è netto: “Se non sei pronto, ti possono stravolgere anche con risultati pesanti”. Infine, il focus su uno dei talenti più discussi: “Nico Paz resta? Non si sa. Lui è molto contento qui, vedremo cosa succede”.