"Vorrei chiudere la carriera all'Inter. Non ho ancora le chiavi di Appiano, ma quasi". Inizia così l'intervista di Lautaro Martinez alla Gazzetta dello Sport, a poche ore dai festeggiamenti per il 21° Scudetto, oltre che per la 10ª Coppa Italia. Capitano vero, anche fuori dal campo, il 'Toro' è l'emblema della stagione nerazzurra. Dopo la pesante delusione per il 5-0 in finale di Champions, la capacità di rialzarsi e, anche tra numerosi infortuni, imporsi nuovamente e ritrovare il sorriso. A suon di gol e non solo.
"Con la mia famiglia siamo felici, abbiamo anche un ristorante, i bambini vanno a scuola e hanno i loro amici. Oggi per me è difficile immaginarmi da un’altra parte. Nel calcio non si sa mai, ma se non mi mandano via io rimarrò qui". Una dimostrazione di attaccamento alla maglia, per quel ragazzo arrivato dall'Argentina su consigliio di Milito, che inizialmente doveva essere solo il sostituto di Mauro Icardi. "Un regalo per i Doblete? Niente di particolare. Il regalo è il prossimo obiettivo da raggiungere". Quindi il Mondiale? "Magari. Mi sono preparato per arrivarci al top".
In nerazzurro dal 2018, a soli 21 anni Lautaro lascia l'Argentina e gli affetti per trasferirsi in Italia. "Qualcuno però mi ha fatto un regalo. Mio padre e mia madre, che sono arrivati in tempo per i festeggiamenti. Non potranno venire al Mondiale perché lavorano ma erano contenti di partecipare ai successi dell’Inter". Ma non solo. "Il messaggio più bello che ho ricevuto è di mia nonna che non sta bene, mi ha fatto emozionare. Quando ero piccolo, puliva la scuola dove studiavo e io la aiutavo per farla finire in fretta. Si chiama Olga ed è qui, sul mio braccio (mostra il tatuaggio, nda). Mi spiace che ora siamo distanti. Il doblete è dedicato a lei".
"Mio padre era calciatore. Quando è diventato professionista, raggiungendo la serie B, ha lasciato il lavoro di meccanico aereo alla base navale di Bahia Blanca. E siccome la sua squadra di calcio è retrocessa, i soldi non erano tanti per mantenere una famiglia". Da lì la necessità di provare nuove strade, per non far mancare nulla ai tre figli. "Si è reinventato infermiere per le persone anziane, mentre mia madre ha cominciato a guadagnare qualche spicciolo come colf. Non ci è mai mancato il cibo, ma ricordo la sensazione di fame aspettando la cena. E poi non potevamo pagare un affitto. E così per quasi tre anni abbiamo vissuto a casa di un amico".
"Se ci ripenso, però, sorrido. Ero felice". Perché a volte basta poco per esserlo, anche se non si ha nulla o quasi. "Mi piacerebbe riprovare certe sensazioni, che mi hanno formato come uomo. Ho imparato grazie ai miei genitori l’umiltà e il rispetto che ora sto trasmettendo ai miei figli", ha continuato il numero 10 dell'Inter. "Il pallone invece è nella mia vita da sempre, grazie a mio padre. Andavo ai suoi allenamenti. E nel giorno della partita, mi nascondevo nello spogliatoio per ascoltare i discorsi del capitano, che era lui. A 13 anni giocavo anche a basket, poi a 15 anni mi hanno chiesto di scegliere. Ma non c’era granché da decidere, ero più adatto al calcio".
600 km, da Avellaneda a Buenos Aires per giocare nel Racing. "Ho percepito la malinconia. È dura quando sei un ragazzino e non hai nessuna persona cara accanto. Per fortuna fu mio padre a darmi la forza: ci teneva che io realizzassi il mio sogno e anche il suo, cioè sfondare nel calcio. Sarebbe stato anche disposto a seguirmi a Buenos Aires, ma io gli dissi che ce l’avrei fatta da solo. E ho resistito". Ora, l'Inter è la sua nuova casa. "Sicuramente vorrei chiudere la carriera qui. Per me è difficile immaginarmi da un’altra parte".
"Dico la verità: non so nemmeno quanti gol ho segnato. So che sono terzo nella classifica di sempre dell’Inter e stop. Sarebbe bello raggiungere Meazza, ma devo tornare a tirare i rigori", dice ridendo. Per la cronaca, i gol in nerazzurro sono ben 175. Ma non solo, perché Lautaro Martinez ha parlato anche dei suoi momenti più delicati all'Inter, non solo i momenti felici. "Ho avuto tanti problemi personali, soprattutto fuori dal campo, prima che nascesse mia figlia. E la terapia mi ha aiutato. Certe volte dubitavo di me stesso, se fossi ancora in grado di giocare a calcio, se meritassi di essere il Dieci dell’Inter. Anche oggi continuo ad essere seguito dallo psicologo della società".
"Dopo la finale con il PSG non avevo paura di tornare in quel tunnel, dopo il Mondiale per club sì", ha ammesso Lautaro. "Ho pensato a molte cose, ho sofferto molto. Non dico di aver chiesto di andare via, ma dentro di me percepivo la sensazione che se fosse arrivata un’offerta importante forse... Ero devastato. Da quello stato d’animo nasce l’intervista successiva all’eliminazione con il Fluminense. Sono uscito, ho infilato la maglietta e ho detto quello che pensavo. Volevo condividere quello che avevo visto nello spogliatoio. Da capitano era doveroso. Non so se l'Inter sarebbe ripartita lo stesso. Ma aver parlato in pubblico ha fatto rumore. Ma ce l’avevo anche con me stesso, perché non ero esente da colpe".
"Chivu? L’ho chiamato subito. Non avevo dubbi che avrebbe fatto molto bene. Lo conoscevo dalle partitelle che facevamo ad Appiano contro la sua Primavera: sembrava un predestinato", ha raccontato il capitano. Ma non solo. "Marcus e io ci siamo capiti piano piano. Io dei due sono quello serio. Ci completiamo, anche nei caratteri". E dopo il ritiro? "Non rimarrò nel calcio, che è un ambiente che non mi piace. Non sentirete più parlare di me: sparirò".
di Redazione
19/05/2026 - 15:12
"Vorrei chiudere la carriera all'Inter. Non ho ancora le chiavi di Appiano, ma quasi". Inizia così l'intervista di Lautaro Martinez alla Gazzetta dello Sport, a poche ore dai festeggiamenti per il 21° Scudetto, oltre che per la 10ª Coppa Italia. Capitano vero, anche fuori dal campo, il 'Toro' è l'emblema della stagione nerazzurra. Dopo la pesante delusione per il 5-0 in finale di Champions, la capacità di rialzarsi e, anche tra numerosi infortuni, imporsi nuovamente e ritrovare il sorriso. A suon di gol e non solo.
"Con la mia famiglia siamo felici, abbiamo anche un ristorante, i bambini vanno a scuola e hanno i loro amici. Oggi per me è difficile immaginarmi da un’altra parte. Nel calcio non si sa mai, ma se non mi mandano via io rimarrò qui". Una dimostrazione di attaccamento alla maglia, per quel ragazzo arrivato dall'Argentina su consigliio di Milito, che inizialmente doveva essere solo il sostituto di Mauro Icardi. "Un regalo per i Doblete? Niente di particolare. Il regalo è il prossimo obiettivo da raggiungere". Quindi il Mondiale? "Magari. Mi sono preparato per arrivarci al top".
In nerazzurro dal 2018, a soli 21 anni Lautaro lascia l'Argentina e gli affetti per trasferirsi in Italia. "Qualcuno però mi ha fatto un regalo. Mio padre e mia madre, che sono arrivati in tempo per i festeggiamenti. Non potranno venire al Mondiale perché lavorano ma erano contenti di partecipare ai successi dell’Inter". Ma non solo. "Il messaggio più bello che ho ricevuto è di mia nonna che non sta bene, mi ha fatto emozionare. Quando ero piccolo, puliva la scuola dove studiavo e io la aiutavo per farla finire in fretta. Si chiama Olga ed è qui, sul mio braccio (mostra il tatuaggio, nda). Mi spiace che ora siamo distanti. Il doblete è dedicato a lei".
"Mio padre era calciatore. Quando è diventato professionista, raggiungendo la serie B, ha lasciato il lavoro di meccanico aereo alla base navale di Bahia Blanca. E siccome la sua squadra di calcio è retrocessa, i soldi non erano tanti per mantenere una famiglia". Da lì la necessità di provare nuove strade, per non far mancare nulla ai tre figli. "Si è reinventato infermiere per le persone anziane, mentre mia madre ha cominciato a guadagnare qualche spicciolo come colf. Non ci è mai mancato il cibo, ma ricordo la sensazione di fame aspettando la cena. E poi non potevamo pagare un affitto. E così per quasi tre anni abbiamo vissuto a casa di un amico".
"Se ci ripenso, però, sorrido. Ero felice". Perché a volte basta poco per esserlo, anche se non si ha nulla o quasi. "Mi piacerebbe riprovare certe sensazioni, che mi hanno formato come uomo. Ho imparato grazie ai miei genitori l’umiltà e il rispetto che ora sto trasmettendo ai miei figli", ha continuato il numero 10 dell'Inter. "Il pallone invece è nella mia vita da sempre, grazie a mio padre. Andavo ai suoi allenamenti. E nel giorno della partita, mi nascondevo nello spogliatoio per ascoltare i discorsi del capitano, che era lui. A 13 anni giocavo anche a basket, poi a 15 anni mi hanno chiesto di scegliere. Ma non c’era granché da decidere, ero più adatto al calcio".
600 km, da Avellaneda a Buenos Aires per giocare nel Racing. "Ho percepito la malinconia. È dura quando sei un ragazzino e non hai nessuna persona cara accanto. Per fortuna fu mio padre a darmi la forza: ci teneva che io realizzassi il mio sogno e anche il suo, cioè sfondare nel calcio. Sarebbe stato anche disposto a seguirmi a Buenos Aires, ma io gli dissi che ce l’avrei fatta da solo. E ho resistito". Ora, l'Inter è la sua nuova casa. "Sicuramente vorrei chiudere la carriera qui. Per me è difficile immaginarmi da un’altra parte".
"Dico la verità: non so nemmeno quanti gol ho segnato. So che sono terzo nella classifica di sempre dell’Inter e stop. Sarebbe bello raggiungere Meazza, ma devo tornare a tirare i rigori", dice ridendo. Per la cronaca, i gol in nerazzurro sono ben 175. Ma non solo, perché Lautaro Martinez ha parlato anche dei suoi momenti più delicati all'Inter, non solo i momenti felici. "Ho avuto tanti problemi personali, soprattutto fuori dal campo, prima che nascesse mia figlia. E la terapia mi ha aiutato. Certe volte dubitavo di me stesso, se fossi ancora in grado di giocare a calcio, se meritassi di essere il Dieci dell’Inter. Anche oggi continuo ad essere seguito dallo psicologo della società".
"Dopo la finale con il PSG non avevo paura di tornare in quel tunnel, dopo il Mondiale per club sì", ha ammesso Lautaro. "Ho pensato a molte cose, ho sofferto molto. Non dico di aver chiesto di andare via, ma dentro di me percepivo la sensazione che se fosse arrivata un’offerta importante forse... Ero devastato. Da quello stato d’animo nasce l’intervista successiva all’eliminazione con il Fluminense. Sono uscito, ho infilato la maglietta e ho detto quello che pensavo. Volevo condividere quello che avevo visto nello spogliatoio. Da capitano era doveroso. Non so se l'Inter sarebbe ripartita lo stesso. Ma aver parlato in pubblico ha fatto rumore. Ma ce l’avevo anche con me stesso, perché non ero esente da colpe".
"Chivu? L’ho chiamato subito. Non avevo dubbi che avrebbe fatto molto bene. Lo conoscevo dalle partitelle che facevamo ad Appiano contro la sua Primavera: sembrava un predestinato", ha raccontato il capitano. Ma non solo. "Marcus e io ci siamo capiti piano piano. Io dei due sono quello serio. Ci completiamo, anche nei caratteri". E dopo il ritiro? "Non rimarrò nel calcio, che è un ambiente che non mi piace. Non sentirete più parlare di me: sparirò".