Il 31 marzo 2026, per la terza volta consecutiva, l’Italia non si è qualificata ai Mondiali. Dare la colpa a un rigore fallito o a un capriccio della sorte è un errore, perché la Nazionale non è il problema ma il sintomo, il punto d’arrivo di una filiera che ha deciso di curare le foglie anziché le radici. Ivan Zazzaroni attraversa le macerie di questo fallimento con un’analisi schietta e necessaria, denunciando come il calcio – storicamente strumento di mobilità sociale del Paese – si sia trasformato in un servizio a pagamento che seleziona per censo e non per merito. «Giocano solo i ricchi» scrive, e non è una provocazione, ma la constatazione di un paradosso: in un sistema che ha triplicato i dirigenti e dimezzato i talenti, l’accesso al campo è filtrato da barriere economiche insormontabili. Dalle scuole calcio ridotte a franchising alle quote annuali che pesano sui bilanci familiari come affitti, il pallone ha smesso di rotolare negli oratori e nelle periferie per chiudersi in recinti d’élite, dove i bambini diventano clienti e il talento un fattore secondario. Attraverso un serrato confronto con i modelli europei – dalla coerenza tecnica della cantera spagnola alla programmazione metodica della Germania – l’autore mette a nudo un sistema che brucia le tappe e usa i giovani come pedine di bilancio, dimenticando che il talento ha bisogno di tempo, protezione e, soprattutto, di quella «fame» che si coltiva solo nello spazio libero del gioco. Questo libro non è solo un atto d’accusa contro l’avidità e l’indifferenza delle istituzioni, è una riflessione urgente sulla necessità di restituire al calcio la sua dimensione di bene pubblico. Bisogna ripartire dalla base, abbattendo le barriere che tengono fuori troppi ragazzi e restituendo ai bambini il diritto all’errore e al divertimento: sono questi i passaggi fondamentali da fare oggi, per vincere domani.
Ivan Zazzaroni, giornalista, è direttore del «Corriere dello Sport - Stadio» e del «Guerin sportivo».
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di Redazione
13/05/2026 - 14:57
Il 31 marzo 2026, per la terza volta consecutiva, l’Italia non si è qualificata ai Mondiali. Dare la colpa a un rigore fallito o a un capriccio della sorte è un errore, perché la Nazionale non è il problema ma il sintomo, il punto d’arrivo di una filiera che ha deciso di curare le foglie anziché le radici. Ivan Zazzaroni attraversa le macerie di questo fallimento con un’analisi schietta e necessaria, denunciando come il calcio – storicamente strumento di mobilità sociale del Paese – si sia trasformato in un servizio a pagamento che seleziona per censo e non per merito. «Giocano solo i ricchi» scrive, e non è una provocazione, ma la constatazione di un paradosso: in un sistema che ha triplicato i dirigenti e dimezzato i talenti, l’accesso al campo è filtrato da barriere economiche insormontabili. Dalle scuole calcio ridotte a franchising alle quote annuali che pesano sui bilanci familiari come affitti, il pallone ha smesso di rotolare negli oratori e nelle periferie per chiudersi in recinti d’élite, dove i bambini diventano clienti e il talento un fattore secondario. Attraverso un serrato confronto con i modelli europei – dalla coerenza tecnica della cantera spagnola alla programmazione metodica della Germania – l’autore mette a nudo un sistema che brucia le tappe e usa i giovani come pedine di bilancio, dimenticando che il talento ha bisogno di tempo, protezione e, soprattutto, di quella «fame» che si coltiva solo nello spazio libero del gioco. Questo libro non è solo un atto d’accusa contro l’avidità e l’indifferenza delle istituzioni, è una riflessione urgente sulla necessità di restituire al calcio la sua dimensione di bene pubblico. Bisogna ripartire dalla base, abbattendo le barriere che tengono fuori troppi ragazzi e restituendo ai bambini il diritto all’errore e al divertimento: sono questi i passaggi fondamentali da fare oggi, per vincere domani.
Ivan Zazzaroni, giornalista, è direttore del «Corriere dello Sport - Stadio» e del «Guerin sportivo».
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