Francesco Farioli ha vinto con il Porto e ha avuto l'opportunità di vivere altre esperienze all'estero come quelle in Francia e in Turchia. Intervistato da TMW, ha provato a spiegare i motivi del flop del movimento calcistico italiano: "Il calcio italiano continua ad avere una cultura tattica, tecnica e strategica di altissimo livello. Credo però che il calcio europeo stia cambiando molto rapidamente e che oggi servano strutture sempre più moderne, continuità progettuale, intensità elevata e grande capacità di adattamento. Da fuori, la sensazione è che in alcuni momenti il sistema italiano faccia più fatica ad accettare il cambiamento con velocità. Ma questo non significa mancanza di qualità. L’Italia continua a produrre grandi allenatori, grandi dirigenti e giocatori di valore. A volte basta poco per invertire una percezione negativa, soprattutto nel calcio dove i cicli cambiano molto rapidamente".
Come mai si parla di nuovi ct e tutti sono oltre i 50 anni?
"Non penso sia soltanto una questione italiana. Nei momenti di difficoltà, molti ambienti tendono naturalmente ad affidarsi all’esperienza e a figure considerate più affidabili e rassicuranti. È un meccanismo di autodifesa abbastanza normale nel calcio e nello sport in generale. Allo stesso tempo, però, credo che il calcio abbia bisogno di evoluzione continua. La storia dimostra che spesso il cambiamento arriva proprio nel momento critico, attraverso idee nuove, energie nuove e approcci differenti. Per me non dovrebbe mai essere una questione anagrafica. La vera differenza la fanno la competenza, la capacità di leadership, la visione e la qualità del lavoro quotidiano. Ci sono allenatori giovani straordinariamente preparati e allenatori esperti straordinariamente innovativi. Ridurre tutto all’età rischia di essere molto superficiale".
Quando credi ti vedremo allenare in Serie A?
“Sinceramente oggi non è qualcosa su cui penso molto. La cosa curiosa è che in questa stagione non sono mai tornato in Italia, nemmeno durante le pause delle nazionali o nei pochi giorni liberi. La mia vita si è completamente modellata attorno al mio lavoro e vivere all’estero per tanti anni è stata un’esperienza umana e professionale incredibile. Forse la vera notizia è un’altra: mi preparo a iniziare la mia seconda stagione consecutiva nello stesso club. A Nizza e ad Amsterdam le esperienze sono durate una sola stagione, per una mia scelta precisa. Qui al Porto si è creata una connessione molto forte con il presidente André Villas-Boas. Abbiamo una grande sintonia nel modo di intendere il calcio, nel modo di sviluppare un progetto e nel tipo di visione che vogliamo costruire. Proprio per questo, onestamente, oggi faccio molta fatica a immaginarmi in un club diverso dal Porto".
di Redazione
20/05/2026 - 21:47
Francesco Farioli ha vinto con il Porto e ha avuto l'opportunità di vivere altre esperienze all'estero come quelle in Francia e in Turchia. Intervistato da TMW, ha provato a spiegare i motivi del flop del movimento calcistico italiano: "Il calcio italiano continua ad avere una cultura tattica, tecnica e strategica di altissimo livello. Credo però che il calcio europeo stia cambiando molto rapidamente e che oggi servano strutture sempre più moderne, continuità progettuale, intensità elevata e grande capacità di adattamento. Da fuori, la sensazione è che in alcuni momenti il sistema italiano faccia più fatica ad accettare il cambiamento con velocità. Ma questo non significa mancanza di qualità. L’Italia continua a produrre grandi allenatori, grandi dirigenti e giocatori di valore. A volte basta poco per invertire una percezione negativa, soprattutto nel calcio dove i cicli cambiano molto rapidamente".
Come mai si parla di nuovi ct e tutti sono oltre i 50 anni?
"Non penso sia soltanto una questione italiana. Nei momenti di difficoltà, molti ambienti tendono naturalmente ad affidarsi all’esperienza e a figure considerate più affidabili e rassicuranti. È un meccanismo di autodifesa abbastanza normale nel calcio e nello sport in generale. Allo stesso tempo, però, credo che il calcio abbia bisogno di evoluzione continua. La storia dimostra che spesso il cambiamento arriva proprio nel momento critico, attraverso idee nuove, energie nuove e approcci differenti. Per me non dovrebbe mai essere una questione anagrafica. La vera differenza la fanno la competenza, la capacità di leadership, la visione e la qualità del lavoro quotidiano. Ci sono allenatori giovani straordinariamente preparati e allenatori esperti straordinariamente innovativi. Ridurre tutto all’età rischia di essere molto superficiale".
Quando credi ti vedremo allenare in Serie A?
“Sinceramente oggi non è qualcosa su cui penso molto. La cosa curiosa è che in questa stagione non sono mai tornato in Italia, nemmeno durante le pause delle nazionali o nei pochi giorni liberi. La mia vita si è completamente modellata attorno al mio lavoro e vivere all’estero per tanti anni è stata un’esperienza umana e professionale incredibile. Forse la vera notizia è un’altra: mi preparo a iniziare la mia seconda stagione consecutiva nello stesso club. A Nizza e ad Amsterdam le esperienze sono durate una sola stagione, per una mia scelta precisa. Qui al Porto si è creata una connessione molto forte con il presidente André Villas-Boas. Abbiamo una grande sintonia nel modo di intendere il calcio, nel modo di sviluppare un progetto e nel tipo di visione che vogliamo costruire. Proprio per questo, onestamente, oggi faccio molta fatica a immaginarmi in un club diverso dal Porto".