È stato un fiume in piena. Don Maurizio Patriciello ha parlato per oltre un’ora con i ragazzi del Premio Fabula, lasciandosi guidare dalle loro poche domande ma soprattutto dalla voglia di condividere esperienze, pensieri, dubbi e convinzioni. Il parroco del Parco Verde di Caivano, da anni impegnato sui temi della legalità, del riscatto sociale e della tutela delle persone più fragili, ha trasformato l’incontro in una lunga conversazione con i giovani, attraversando alcuni dei temi più delicati che riguardano la loro quotidianità.
A partire proprio da quello che significa «Fuori dal mondo», il tema scelto per questa edizione del Fabula. «Vuol dire osare», ha spiegato Patriciello ai ragazzi. Ma per farlo, ha aggiunto, «bisogna avere una testa dura come la pietra, ma anche un cuore grande come il sole». Due immagini che sintetizzano il suo invito ai giovani: avere la forza di resistere, ma senza perdere la capacità di amare, di emozionarsi e di prendersi cura degli altri.
Nel suo lungo racconto sono entrati il bullismo, il rapporto sempre più stretto con il cellulare e con la tecnologia, le tragedie della cronaca, dagli incidenti provocati dall’alcol o dalle droghe a quelli causati dalla distrazione. Ma dentro questo elenco di fragilità e rischi c’è stato soprattutto un richiamo a ciò che, secondo Patriciello, non cambia mai: il bisogno di amare e di essere amati. Il mondo può cambiare, possono nascere nuove problematiche e nuove abitudini, ma questo bisogno resta un punto fermo. Anche nel parlare dei cambiamenti della società e dei rapporti tra le persone, il sacerdote ha ricordato come ciò che un tempo sembrava impensabile oggi sia diventato normale: persino due uomini che si dicano «ti voglio bene» o si mandino un messaggio con un cuore rosso. «Grazie a Dio, il mondo cambia», ha osservato.
E poi la famiglia, i genitori e il difficile equilibrio tra insegnare e lasciare liberi. Gli insegnamenti ricevuti in casa, ha spiegato, diventano davvero importanti quando sono accompagnati dalla libertà, quando ai figli viene dato lo spazio per scegliere, crescere e assumersi le proprie responsabilità. Perché i ragazzi, ha ricordato, sono «il futuro», ma sono anche il presente: devono quindi imparare a vivere pensando a ciò che servirà domani, senza smettere di ascoltare ciò di cui hanno bisogno oggi.
Tra le parole che ha consegnato loro c’è stata soprattutto quella della coscienza. Una voce da ascoltare ogni giorno, anche nei momenti di solitudine. «La coscienza non dorme mai», ha spiegato, descrivendola come una voce interiore attenta, acuta e intelligente, capace di parlare sottovoce oppure di farsi sentire con forza. Per questo, ha invitato i ragazzi a non avere paura della solitudine, ma ad imparare anche a stare con se stessi per capire meglio quale strada seguire.
A riportare il racconto sulla sua storia è stata la domanda di Angelo, uno dei bambini del Fabula, che gli ha chiesto quando avesse sentito la vocazione a diventare prete. Patriciello è partito dal significato della parola: vocazione viene da vocare, chiamare. E così ha raccontato la sua vita, quella del quinto e ultimo figlio di Raffaele e Stefania, i genitori ai quali ha detto di essere infinitamente grato per avergli donato la vita. Una vita che ha definito bella, ma anche fragile, invitando i ragazzi a essere «prudenti e sapienti».
La sua vocazione, però, non è arrivata da ragazzo. Prima c’è stato il lavoro in ospedale, dove Patriciello era infermiere e poi caposala. A quasi 28 anni, un incontro casuale ha cambiato il corso della sua vita. «Uscendo dal lavoro, nei pressi del bosco di Capodimonte, ho incontrato un frate francescano che chiedeva un passaggio in auto. Lo feci salire. Era fra Riccardo, oggi impegnato in Africa. Quell’incontro mi aprì un nuovo cammino di fede, fino alla scelta di lasciare il lavoro e intraprendere la strada del sacerdozio».
Un racconto lungo, appassionato, quasi senza pause. Le domande dei ragazzi sono state poche, ma don Maurizio non si è fermato: ha riempito quell’ora di parole, ricordi e riflessioni, fino a trasformare la Biblioteca di Bellizzi in uno spazio intimo, nel quale parlare ai giovani non dall’alto di un ruolo, ma mettendo sul tavolo la propria storia.
E ora il Fabula si prepara all’ultima giornata, prima in Arena Troisi e poi in Piazza del Popolo. Grande attesa per Luca Trapanese e Francesco Paolantoni, e ovviamente per la proclamazione dei tre vincitori.
di Redazione
02/09/2026 - 13:34
È stato un fiume in piena. Don Maurizio Patriciello ha parlato per oltre un’ora con i ragazzi del Premio Fabula, lasciandosi guidare dalle loro poche domande ma soprattutto dalla voglia di condividere esperienze, pensieri, dubbi e convinzioni. Il parroco del Parco Verde di Caivano, da anni impegnato sui temi della legalità, del riscatto sociale e della tutela delle persone più fragili, ha trasformato l’incontro in una lunga conversazione con i giovani, attraversando alcuni dei temi più delicati che riguardano la loro quotidianità.
A partire proprio da quello che significa «Fuori dal mondo», il tema scelto per questa edizione del Fabula. «Vuol dire osare», ha spiegato Patriciello ai ragazzi. Ma per farlo, ha aggiunto, «bisogna avere una testa dura come la pietra, ma anche un cuore grande come il sole». Due immagini che sintetizzano il suo invito ai giovani: avere la forza di resistere, ma senza perdere la capacità di amare, di emozionarsi e di prendersi cura degli altri.
Nel suo lungo racconto sono entrati il bullismo, il rapporto sempre più stretto con il cellulare e con la tecnologia, le tragedie della cronaca, dagli incidenti provocati dall’alcol o dalle droghe a quelli causati dalla distrazione. Ma dentro questo elenco di fragilità e rischi c’è stato soprattutto un richiamo a ciò che, secondo Patriciello, non cambia mai: il bisogno di amare e di essere amati. Il mondo può cambiare, possono nascere nuove problematiche e nuove abitudini, ma questo bisogno resta un punto fermo. Anche nel parlare dei cambiamenti della società e dei rapporti tra le persone, il sacerdote ha ricordato come ciò che un tempo sembrava impensabile oggi sia diventato normale: persino due uomini che si dicano «ti voglio bene» o si mandino un messaggio con un cuore rosso. «Grazie a Dio, il mondo cambia», ha osservato.
E poi la famiglia, i genitori e il difficile equilibrio tra insegnare e lasciare liberi. Gli insegnamenti ricevuti in casa, ha spiegato, diventano davvero importanti quando sono accompagnati dalla libertà, quando ai figli viene dato lo spazio per scegliere, crescere e assumersi le proprie responsabilità. Perché i ragazzi, ha ricordato, sono «il futuro», ma sono anche il presente: devono quindi imparare a vivere pensando a ciò che servirà domani, senza smettere di ascoltare ciò di cui hanno bisogno oggi.
Tra le parole che ha consegnato loro c’è stata soprattutto quella della coscienza. Una voce da ascoltare ogni giorno, anche nei momenti di solitudine. «La coscienza non dorme mai», ha spiegato, descrivendola come una voce interiore attenta, acuta e intelligente, capace di parlare sottovoce oppure di farsi sentire con forza. Per questo, ha invitato i ragazzi a non avere paura della solitudine, ma ad imparare anche a stare con se stessi per capire meglio quale strada seguire.
A riportare il racconto sulla sua storia è stata la domanda di Angelo, uno dei bambini del Fabula, che gli ha chiesto quando avesse sentito la vocazione a diventare prete. Patriciello è partito dal significato della parola: vocazione viene da vocare, chiamare. E così ha raccontato la sua vita, quella del quinto e ultimo figlio di Raffaele e Stefania, i genitori ai quali ha detto di essere infinitamente grato per avergli donato la vita. Una vita che ha definito bella, ma anche fragile, invitando i ragazzi a essere «prudenti e sapienti».
La sua vocazione, però, non è arrivata da ragazzo. Prima c’è stato il lavoro in ospedale, dove Patriciello era infermiere e poi caposala. A quasi 28 anni, un incontro casuale ha cambiato il corso della sua vita. «Uscendo dal lavoro, nei pressi del bosco di Capodimonte, ho incontrato un frate francescano che chiedeva un passaggio in auto. Lo feci salire. Era fra Riccardo, oggi impegnato in Africa. Quell’incontro mi aprì un nuovo cammino di fede, fino alla scelta di lasciare il lavoro e intraprendere la strada del sacerdozio».
Un racconto lungo, appassionato, quasi senza pause. Le domande dei ragazzi sono state poche, ma don Maurizio non si è fermato: ha riempito quell’ora di parole, ricordi e riflessioni, fino a trasformare la Biblioteca di Bellizzi in uno spazio intimo, nel quale parlare ai giovani non dall’alto di un ruolo, ma mettendo sul tavolo la propria storia.
E ora il Fabula si prepara all’ultima giornata, prima in Arena Troisi e poi in Piazza del Popolo. Grande attesa per Luca Trapanese e Francesco Paolantoni, e ovviamente per la proclamazione dei tre vincitori.