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L'EX - Meluso: "Conte è un vincente, lo ha dimostrato con i fatti, Garcia professionista serissimo, Di Lorenzo è uno dei principali artefici dei successi del Napoli, Nazionale? Il problema viene da molto più lontano"
21.05.2026 11:50 di Napoli Magazine
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A “1 Football Club”, programma radiofonico in onda su 1 Station Radio, è intervenuto Mauro Meluso, ex direttore sportivo del Napoli. Di seguito, un estratto dell’intervista.

Direttore, naturalmente è difficile fare dei sondaggi, soprattutto quando dietro le scrivanie si stanno facendo valutazioni importanti. I direttori sportivi probabilmente daranno vita a un effetto domino abbastanza rilevante in questa estate?

“Sì, almeno da quello che si legge e da quello che risulta anche a me dai colloqui che ho avuto, c'è un grande movimento. Poi l'effetto domino funziona sempre: se si muove uno, di conseguenza se ne muovono tanti altri, un po' come succede con gli allenatori. Però credo che la figura del direttore sportivo classico, quella a cui appartengo io, cioè il direttore al centro del progetto di un club, stia un po' scemando. Sono cambiati gli scenari del calcio. Oggi molti club sono gestiti da proprietà straniere che hanno mentalità differenti. Per esempio, prima di venire a Napoli avevo lavorato allo Spezia, dove era arrivata una proprietà americana che voleva impormi un sistema basato sull'algoritmo. Io avrei utilizzato certi strumenti per scremare e supportare il lavoro, non per scegliere i calciatori. Loro invece volevano affidare le decisioni direttamente all'algoritmo e ho dovuto interrompere il rapporto, dopo una salvezza miracolosa in Serie A. Lo dico perché la figura del direttore sportivo in Italia, intesa come manager di un club di calcio, è sempre stata centrale. Quelli della mia generazione e anche della precedente hanno vissuto così questo ruolo. Ultimamente però si sta pensando in modo diverso e questo, secondo me, condiziona molto anche le scelte e le politiche dei club. Io credo che bisognerebbe tornare un po' a certe logiche del passato e valorizzare il merito di chi lavora con onestà, perché l'onestà deve essere al primo posto. Chi fa questo mestiere in maniera seria deve avere la possibilità di lavorare nei club importanti. Quando arrivai al Napoli, per certi versi fu anche una scommessa, perché non venivo da Juventus, Milan o Inter: arrivavo dallo Spezia. Però probabilmente ci sono arrivato anche perché nel tempo mi sono costruito un'immagine di persona leale, pulita, normale, che prova a fare il proprio lavoro con correttezza. Penso che questo abbia contato nella scelta di De Laurentiis". 

Un ascoltatore ci scrive: "Direttore, facciamoci aiutare dal Como con l'algoritmo, lì non sbagliano mai". Un’ironia pungente ma che da spunti di riflessione, non trova?

“Ha fatto ironia e ha fatto bene, perché con l'ironia spesso si riescono a dire cose anche molto forti. Però in effetti io continuo a pensare che bisognerebbe recuperare certe abitudini del passato. Non perché sia un nostalgico o un romantico delle vecchie tradizioni, ma perché il calcio è qualcosa di specifico. Non è una semplice azienda. È un ambiente particolare: certe cose non si imparano sui libri e la tecnologia può aiutare, ma fino a un certo punto. L'esperienza resta fondamentale. Per questo sono favorevole al ritorno di alcune abitudini che stiamo perdendo". 

Qualche anno fa in casa Napoli qualcuno disse: "I miei calciatori devono imparare che se non possono vincerla, non devono perderla una partita". Era Rudi Garcia e fu duramente criticato da stampa e tifosi. Una frase simile è stata pronunciata anche da Antonio Conte, ma con reazioni completamente diverse. Il calcio italiano è ancora figlio di certe narrazioni? Conte, a priori, viene giudicato diversamente perché è considerato un allenatore vincente?

“Conte non è considerato vincente: Conte è vincente, lo ha dimostrato con i fatti. È uno che sacrifica tantissimo della propria vita e del proprio carattere per il lavoro. Sono convinto che quando perde una partita soffra davvero e probabilmente va a casa e continua a pensarci. Questo fa parte del suo carattere e lo ha portato a diventare quello che è. Non che Garcia non mettesse anima e impegno, perché io ho lavorato con lui e posso dire che è un professionista serissimo. Però la gente spesso non ti giudica solo per quello che dici, ma per il contesto in cui sei. Garcia arrivava da un'esperienza difficile ed era stato scelto dal Napoli campione d'Italia. Molti lo vedevano come una scommessa. Conte invece è uno che in Italia ha vinto tanto. Magari non ha vinto in Europa, ma ha costruito un percorso importante. Quindi, se Conte dice una cosa, viene percepita con maggiore positività. Sostanzialmente è questa la differenza: dicevano concetti simili, ma in momenti storici diversi e con un passato recente differente. Io poi ho sempre adorato Zdenek Zeman, che è stato il mio allenatore quando giocavo. Ho con lui un rapporto di grande stima e amicizia. Mi è sempre piaciuto il suo modo di intendere il calcio: attaccare sempre, senza preoccuparsi troppo di difendersi, cercando di fare un gol in più dell'avversario. Per questo certi principi li capisco, ma personalmente la penso in maniera diversa". 

Direttore, spostando il focus sulla Nazionale: oltre alla naturale delusione, che ci porta dal divano a fare processi e dibattiti, quali sono le vere colpe del sistema calcio italiano? Di chi è la responsabilità: dell'allenatore, della generazione attuale, dei settori giovanili o dei club di Serie A?

“Per parlarne davvero servirebbero due giorni, però provo a essere sintetico. Noi ce la siamo presa prima con Spalletti, poi con Gattuso, ma il problema viene da molto più lontano. Il calcio non è una scienza esatta, ma ha una sua logica. Negli ultimi vent'anni abbiamo fatto poco come sistema. La Federazione ha il potere di indirizzare determinate scelte nell'interesse nazionale. Senza voler attaccare nessuno, credo che si sarebbe potuto fare molto di più per aiutare il calcio italiano. Per esempio, è chiaro che con la libera circolazione dei lavoratori non puoi imporre a una squadra di far giocare un certo numero di italiani. Però si potevano introdurre meccanismi nei settori giovanili o formule che incentivassero la crescita dei nostri talenti. Se tu imponi che nelle liste ci siano un certo numero di italiani, automaticamente i club investono di più nei vivai e si crea un sistema virtuoso. Maradona nasce una volta sola, ma i talenti vanno coltivati. Totti, Baggio, Del Piero, Bruno Giordano erano grandissimi giocatori, ma il loro talento è stato anche sviluppato e valorizzato. Oggi questo percorso in Italia manca. Per fortuna ci sono tecnici molto preparati, penso a Carmine Nunziata o ad Alberto Bollini, che stanno facendo bene con le Nazionali giovanili. Però poi manca il passaggio successivo, lo sviluppo. Le grandi nazioni europee hanno programmato investimenti e strategie anni fa. I risultati li raccogli dopo dieci o vent'anni. Noi non lo abbiamo fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Per questo non possiamo prendercela soltanto con un allenatore. La crisi della Nazionale ha radici molto più profonde". 

Nel suo Napoli ha avuto un uomo che secondo me rappresenta lo spirito del calciatore moderno ma anche quello di una volta: il capitano Giovanni Di Lorenzo. Cosa pensa di lui?

“Giovanni Di Lorenzo è una persona di poche parole e di tanti fatti. Non è uno che ama mostrarsi troppo e fa bene. È una grande persona, davvero di alto livello umano. Lo conosco da tanti anni. Quando lavoravo a Cosenza lui stava emergendo nella Reggina e provai anche a prenderlo, ma non avevamo le possibilità economiche per portarlo con noi. Poi andò al Matera, successivamente all'Empoli e infine al Napoli. Quando ci siamo ritrovati gli raccontai che avevo cercato in tutti i modi di prenderlo e lui mi sorrise dicendomi: 'Forse è andata meglio così, chissà cosa sarebbe successo'. Giovanni lo conosco bene e posso dire che il Napoli, nei risultati ottenuti negli ultimi anni, ha avuto in lui uno dei principali artefici. Parliamo di due scudetti, di un secondo posto e di una Supercoppa Italiana: credo che tanti avrebbero firmato per un percorso del genere e Di Lorenzo è stato sicuramente uno dei protagonisti principali". 

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L'EX - Meluso: "Conte è un vincente, lo ha dimostrato con i fatti, Garcia professionista serissimo, Di Lorenzo è uno dei principali artefici dei successi del Napoli, Nazionale? Il problema viene da molto più lontano"

di Redazione

21/05/2026 - 11:50

A “1 Football Club”, programma radiofonico in onda su 1 Station Radio, è intervenuto Mauro Meluso, ex direttore sportivo del Napoli. Di seguito, un estratto dell’intervista.

Direttore, naturalmente è difficile fare dei sondaggi, soprattutto quando dietro le scrivanie si stanno facendo valutazioni importanti. I direttori sportivi probabilmente daranno vita a un effetto domino abbastanza rilevante in questa estate?

“Sì, almeno da quello che si legge e da quello che risulta anche a me dai colloqui che ho avuto, c'è un grande movimento. Poi l'effetto domino funziona sempre: se si muove uno, di conseguenza se ne muovono tanti altri, un po' come succede con gli allenatori. Però credo che la figura del direttore sportivo classico, quella a cui appartengo io, cioè il direttore al centro del progetto di un club, stia un po' scemando. Sono cambiati gli scenari del calcio. Oggi molti club sono gestiti da proprietà straniere che hanno mentalità differenti. Per esempio, prima di venire a Napoli avevo lavorato allo Spezia, dove era arrivata una proprietà americana che voleva impormi un sistema basato sull'algoritmo. Io avrei utilizzato certi strumenti per scremare e supportare il lavoro, non per scegliere i calciatori. Loro invece volevano affidare le decisioni direttamente all'algoritmo e ho dovuto interrompere il rapporto, dopo una salvezza miracolosa in Serie A. Lo dico perché la figura del direttore sportivo in Italia, intesa come manager di un club di calcio, è sempre stata centrale. Quelli della mia generazione e anche della precedente hanno vissuto così questo ruolo. Ultimamente però si sta pensando in modo diverso e questo, secondo me, condiziona molto anche le scelte e le politiche dei club. Io credo che bisognerebbe tornare un po' a certe logiche del passato e valorizzare il merito di chi lavora con onestà, perché l'onestà deve essere al primo posto. Chi fa questo mestiere in maniera seria deve avere la possibilità di lavorare nei club importanti. Quando arrivai al Napoli, per certi versi fu anche una scommessa, perché non venivo da Juventus, Milan o Inter: arrivavo dallo Spezia. Però probabilmente ci sono arrivato anche perché nel tempo mi sono costruito un'immagine di persona leale, pulita, normale, che prova a fare il proprio lavoro con correttezza. Penso che questo abbia contato nella scelta di De Laurentiis". 

Un ascoltatore ci scrive: "Direttore, facciamoci aiutare dal Como con l'algoritmo, lì non sbagliano mai". Un’ironia pungente ma che da spunti di riflessione, non trova?

“Ha fatto ironia e ha fatto bene, perché con l'ironia spesso si riescono a dire cose anche molto forti. Però in effetti io continuo a pensare che bisognerebbe recuperare certe abitudini del passato. Non perché sia un nostalgico o un romantico delle vecchie tradizioni, ma perché il calcio è qualcosa di specifico. Non è una semplice azienda. È un ambiente particolare: certe cose non si imparano sui libri e la tecnologia può aiutare, ma fino a un certo punto. L'esperienza resta fondamentale. Per questo sono favorevole al ritorno di alcune abitudini che stiamo perdendo". 

Qualche anno fa in casa Napoli qualcuno disse: "I miei calciatori devono imparare che se non possono vincerla, non devono perderla una partita". Era Rudi Garcia e fu duramente criticato da stampa e tifosi. Una frase simile è stata pronunciata anche da Antonio Conte, ma con reazioni completamente diverse. Il calcio italiano è ancora figlio di certe narrazioni? Conte, a priori, viene giudicato diversamente perché è considerato un allenatore vincente?

“Conte non è considerato vincente: Conte è vincente, lo ha dimostrato con i fatti. È uno che sacrifica tantissimo della propria vita e del proprio carattere per il lavoro. Sono convinto che quando perde una partita soffra davvero e probabilmente va a casa e continua a pensarci. Questo fa parte del suo carattere e lo ha portato a diventare quello che è. Non che Garcia non mettesse anima e impegno, perché io ho lavorato con lui e posso dire che è un professionista serissimo. Però la gente spesso non ti giudica solo per quello che dici, ma per il contesto in cui sei. Garcia arrivava da un'esperienza difficile ed era stato scelto dal Napoli campione d'Italia. Molti lo vedevano come una scommessa. Conte invece è uno che in Italia ha vinto tanto. Magari non ha vinto in Europa, ma ha costruito un percorso importante. Quindi, se Conte dice una cosa, viene percepita con maggiore positività. Sostanzialmente è questa la differenza: dicevano concetti simili, ma in momenti storici diversi e con un passato recente differente. Io poi ho sempre adorato Zdenek Zeman, che è stato il mio allenatore quando giocavo. Ho con lui un rapporto di grande stima e amicizia. Mi è sempre piaciuto il suo modo di intendere il calcio: attaccare sempre, senza preoccuparsi troppo di difendersi, cercando di fare un gol in più dell'avversario. Per questo certi principi li capisco, ma personalmente la penso in maniera diversa". 

Direttore, spostando il focus sulla Nazionale: oltre alla naturale delusione, che ci porta dal divano a fare processi e dibattiti, quali sono le vere colpe del sistema calcio italiano? Di chi è la responsabilità: dell'allenatore, della generazione attuale, dei settori giovanili o dei club di Serie A?

“Per parlarne davvero servirebbero due giorni, però provo a essere sintetico. Noi ce la siamo presa prima con Spalletti, poi con Gattuso, ma il problema viene da molto più lontano. Il calcio non è una scienza esatta, ma ha una sua logica. Negli ultimi vent'anni abbiamo fatto poco come sistema. La Federazione ha il potere di indirizzare determinate scelte nell'interesse nazionale. Senza voler attaccare nessuno, credo che si sarebbe potuto fare molto di più per aiutare il calcio italiano. Per esempio, è chiaro che con la libera circolazione dei lavoratori non puoi imporre a una squadra di far giocare un certo numero di italiani. Però si potevano introdurre meccanismi nei settori giovanili o formule che incentivassero la crescita dei nostri talenti. Se tu imponi che nelle liste ci siano un certo numero di italiani, automaticamente i club investono di più nei vivai e si crea un sistema virtuoso. Maradona nasce una volta sola, ma i talenti vanno coltivati. Totti, Baggio, Del Piero, Bruno Giordano erano grandissimi giocatori, ma il loro talento è stato anche sviluppato e valorizzato. Oggi questo percorso in Italia manca. Per fortuna ci sono tecnici molto preparati, penso a Carmine Nunziata o ad Alberto Bollini, che stanno facendo bene con le Nazionali giovanili. Però poi manca il passaggio successivo, lo sviluppo. Le grandi nazioni europee hanno programmato investimenti e strategie anni fa. I risultati li raccogli dopo dieci o vent'anni. Noi non lo abbiamo fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Per questo non possiamo prendercela soltanto con un allenatore. La crisi della Nazionale ha radici molto più profonde". 

Nel suo Napoli ha avuto un uomo che secondo me rappresenta lo spirito del calciatore moderno ma anche quello di una volta: il capitano Giovanni Di Lorenzo. Cosa pensa di lui?

“Giovanni Di Lorenzo è una persona di poche parole e di tanti fatti. Non è uno che ama mostrarsi troppo e fa bene. È una grande persona, davvero di alto livello umano. Lo conosco da tanti anni. Quando lavoravo a Cosenza lui stava emergendo nella Reggina e provai anche a prenderlo, ma non avevamo le possibilità economiche per portarlo con noi. Poi andò al Matera, successivamente all'Empoli e infine al Napoli. Quando ci siamo ritrovati gli raccontai che avevo cercato in tutti i modi di prenderlo e lui mi sorrise dicendomi: 'Forse è andata meglio così, chissà cosa sarebbe successo'. Giovanni lo conosco bene e posso dire che il Napoli, nei risultati ottenuti negli ultimi anni, ha avuto in lui uno dei principali artefici. Parliamo di due scudetti, di un secondo posto e di una Supercoppa Italiana: credo che tanti avrebbero firmato per un percorso del genere e Di Lorenzo è stato sicuramente uno dei protagonisti principali".