Associazione Arturo Vermi e Leo Galleries
presentano il documentario
CARO ARTURO DAL SEGNO ALLA FELICITÀ
Il percorso artistico e umano di Arturo Vermi arriva sul grande schermo.
Il 21 ottobre alle ore 21 .00, la Sala Picasso del Teatro Binario 7 di Monza ospiterà la prima assoluta di “Caro Arturo. Dal segno alla felicità”, il film-documentario che ne ripercorre la vita, l'opera e le relazioni nella Milano degli anni Sessanta.
Prodotto dall'Archivio Arturo Vermi e da LeoGalleries, in collaborazione con Alessandro Mondini e l'Accademia SantaGiulia e con la regia di Daniele Riva, il lungometraggio restituisce un racconto intimo e corale.
Il documentario si arricchisce dell’ultima e struggente testimonianza di Anna Rizzo Vermi, storica compagna dell’artista, recentemente scomparsa. Il suo racconto prende forma tra immagini di repertorio, scorci della casa-studio e interventi critici.
Un ricordo sentito ma anche un invito a riaccendere i riflettori su un artista che merita di essere visto nella giusta prospettiva storica, affinché il suo lavoro sia letto in rapporto diretto con i coevi compagni di strada: artisti, critici, galleristi.
Ora, a pochi mesi dalla scomparsa di Anna, la compagna di vita di Arturo, il documentario viene proiettato il 21 ottobre, alle ore 21 .00, nella Sala Picasso, al Teatro Binario 7 di Monza.
Un’occasione per avvicinarsi all’opera di Vermi, alla Milano degli anni Sessanta, all’evoluzione del segno minimale, fino alla virata intimistica della maturità verso qualcosa che aspira al trascendente.
Nel corso della serata interverranno Simona Bartolena, curatrice dell’Archivio Arturo Vermi, Alessandro Mondini, che ha collaborato allo sviluppo e alla realizzazione del progetto, e il regista Daniele Riva.
SINOSSI
«Molte persone, ancora oggi, trovano di?cile la lettura delle sue opere. Figurati allora, sessantacinque anni fa». Con queste parole, Anna Rizzo Vermi comincia a parlare di suo marito Arturo, «il Vermi» per tutti gli altri: è lui il protagonista di questo racconto, con il suo lavoro, la sua vicenda umana e il suo legame con una stagione artistica del secondo Novecento italiano quasi leggendaria. Eppure Arturo Vermi non è entrato nell’immaginario collettivo, rimanendo inspiegabilmente ai margini della scena.
Caro Arturo. Dal segno alla felicità è un docufilm dedicato ad Arturo Vermi (Bergamo, 1 928 – Paderno d’Adda, 1 988), artista da riscoprire, che nasce come progetto narrativo di tesi di laurea, su proposta dell’Associazione Arturo Vermi e di LeoGalleries grazie alla preziosa testimonianza di sua moglie, Anna Rizzo Vermi, presenza discreta e appassionata nella vita del marito.
È lei — accanto a Simona Bartolena, Matteo Galbiati, Flaminio Gualdoni ed Ettore Bossi — a ricostruire un profilo completo, intimo e pubblico. Il film infatti ripercorre la vita e l’opera dell’artista, dalla poetica del segno alle radicali e visionarie proposte di felicità.
Dopo il licenziamento dalla Pirelli, per la quale era stato operaio, manovale e uomo di fatica, aveva aperto il suo studio alle “Botteghe” di Sesto San Giovanni, piccolo locale di appena sedici metri quadrati, accanto al quale lavoravano gli amici Marco Carnà, Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani. Frequentava la Brera del Bar Giamaica e del Geni’s Bar, dove ogni sera si beveva, fumava e parlava di pittura. Insieme ad Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini e Angelo Verga, nel 1 962 aveva fondato il Gruppo del Cenobio. Un sodalizio la cui memoria oscilla tra leggenda e oblio, per merito e causa della sua intensità innovativa e della brevità della sua esistenza.
Diari, Paesaggi, Presenze e Marine erano i titoli dei suoi quadri. Era la stagione del segno e della postinformalità. In America si cominciava a parlare di un’arte senza storie ed emozioni, ma Vermi nel frattempo continuava a raccontare e raccontarsi. Inserti, Uscite, Approdi ed Esodi, ogni opera accompagnava “verso un oltre a cui ambire”. Poi arrivarono il Sessantotto, le bombe, gli scioperi, la violenza. Milano divenne invivibile, il mondo si fece duale: bene e male, felicità e infelicità. Arturo scelse la felicità. Si trasferì in Brianza e iniziò a dipingere la Luna, suscitando perplessità e allontanandosi dal mercato che invece reclamava i Diari. Fu messo da parte, quasi esiliato. Ma proprio lì, lontano dai riflettori, «quel matto che proponeva la felicità» poté fare ciò che voleva. Con Anna pubblicò L’Azzurro, una rivista di sole notizie belle; dichiarò il Disimpegno – «facciamo soltanto ciò che ci rende felici» – e diede vita a opere uniche: Annologio, Com’era bella la Terra, le Rose e le Om.
Una volta, intervistato dalla Rai, nel suo studio milanese di via Solferino, mostrò alle telecamere qualche dipinto,
fra quelli più noti e richiesti. «Ma lo sa che, a pensarci bene, quelle cose lì le saprei fare anch’io?», commentò il giornalista. «Sì è vero, ma lei le saprebbe vendere?» rispose il Vermi.

di Redazione
07/10/2026 - 15:51
Associazione Arturo Vermi e Leo Galleries
presentano il documentario
CARO ARTURO DAL SEGNO ALLA FELICITÀ
Il percorso artistico e umano di Arturo Vermi arriva sul grande schermo.
Il 21 ottobre alle ore 21 .00, la Sala Picasso del Teatro Binario 7 di Monza ospiterà la prima assoluta di “Caro Arturo. Dal segno alla felicità”, il film-documentario che ne ripercorre la vita, l'opera e le relazioni nella Milano degli anni Sessanta.
Prodotto dall'Archivio Arturo Vermi e da LeoGalleries, in collaborazione con Alessandro Mondini e l'Accademia SantaGiulia e con la regia di Daniele Riva, il lungometraggio restituisce un racconto intimo e corale.
Il documentario si arricchisce dell’ultima e struggente testimonianza di Anna Rizzo Vermi, storica compagna dell’artista, recentemente scomparsa. Il suo racconto prende forma tra immagini di repertorio, scorci della casa-studio e interventi critici.
Un ricordo sentito ma anche un invito a riaccendere i riflettori su un artista che merita di essere visto nella giusta prospettiva storica, affinché il suo lavoro sia letto in rapporto diretto con i coevi compagni di strada: artisti, critici, galleristi.
Ora, a pochi mesi dalla scomparsa di Anna, la compagna di vita di Arturo, il documentario viene proiettato il 21 ottobre, alle ore 21 .00, nella Sala Picasso, al Teatro Binario 7 di Monza.
Un’occasione per avvicinarsi all’opera di Vermi, alla Milano degli anni Sessanta, all’evoluzione del segno minimale, fino alla virata intimistica della maturità verso qualcosa che aspira al trascendente.
Nel corso della serata interverranno Simona Bartolena, curatrice dell’Archivio Arturo Vermi, Alessandro Mondini, che ha collaborato allo sviluppo e alla realizzazione del progetto, e il regista Daniele Riva.
SINOSSI
«Molte persone, ancora oggi, trovano di?cile la lettura delle sue opere. Figurati allora, sessantacinque anni fa». Con queste parole, Anna Rizzo Vermi comincia a parlare di suo marito Arturo, «il Vermi» per tutti gli altri: è lui il protagonista di questo racconto, con il suo lavoro, la sua vicenda umana e il suo legame con una stagione artistica del secondo Novecento italiano quasi leggendaria. Eppure Arturo Vermi non è entrato nell’immaginario collettivo, rimanendo inspiegabilmente ai margini della scena.
Caro Arturo. Dal segno alla felicità è un docufilm dedicato ad Arturo Vermi (Bergamo, 1 928 – Paderno d’Adda, 1 988), artista da riscoprire, che nasce come progetto narrativo di tesi di laurea, su proposta dell’Associazione Arturo Vermi e di LeoGalleries grazie alla preziosa testimonianza di sua moglie, Anna Rizzo Vermi, presenza discreta e appassionata nella vita del marito.
È lei — accanto a Simona Bartolena, Matteo Galbiati, Flaminio Gualdoni ed Ettore Bossi — a ricostruire un profilo completo, intimo e pubblico. Il film infatti ripercorre la vita e l’opera dell’artista, dalla poetica del segno alle radicali e visionarie proposte di felicità.
Dopo il licenziamento dalla Pirelli, per la quale era stato operaio, manovale e uomo di fatica, aveva aperto il suo studio alle “Botteghe” di Sesto San Giovanni, piccolo locale di appena sedici metri quadrati, accanto al quale lavoravano gli amici Marco Carnà, Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani. Frequentava la Brera del Bar Giamaica e del Geni’s Bar, dove ogni sera si beveva, fumava e parlava di pittura. Insieme ad Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini e Angelo Verga, nel 1 962 aveva fondato il Gruppo del Cenobio. Un sodalizio la cui memoria oscilla tra leggenda e oblio, per merito e causa della sua intensità innovativa e della brevità della sua esistenza.
Diari, Paesaggi, Presenze e Marine erano i titoli dei suoi quadri. Era la stagione del segno e della postinformalità. In America si cominciava a parlare di un’arte senza storie ed emozioni, ma Vermi nel frattempo continuava a raccontare e raccontarsi. Inserti, Uscite, Approdi ed Esodi, ogni opera accompagnava “verso un oltre a cui ambire”. Poi arrivarono il Sessantotto, le bombe, gli scioperi, la violenza. Milano divenne invivibile, il mondo si fece duale: bene e male, felicità e infelicità. Arturo scelse la felicità. Si trasferì in Brianza e iniziò a dipingere la Luna, suscitando perplessità e allontanandosi dal mercato che invece reclamava i Diari. Fu messo da parte, quasi esiliato. Ma proprio lì, lontano dai riflettori, «quel matto che proponeva la felicità» poté fare ciò che voleva. Con Anna pubblicò L’Azzurro, una rivista di sole notizie belle; dichiarò il Disimpegno – «facciamo soltanto ciò che ci rende felici» – e diede vita a opere uniche: Annologio, Com’era bella la Terra, le Rose e le Om.
Una volta, intervistato dalla Rai, nel suo studio milanese di via Solferino, mostrò alle telecamere qualche dipinto,
fra quelli più noti e richiesti. «Ma lo sa che, a pensarci bene, quelle cose lì le saprei fare anch’io?», commentò il giornalista. «Sì è vero, ma lei le saprebbe vendere?» rispose il Vermi.
