L'Angolo
L'EX - Lavezzi: "Ho fatto bene a scegliere l’azzurro, Napoli per me è diventata casa, famiglia, amore, Napoli… è Napoli, mi ha fatto il regalo più grande: mi ha permesso di essere me stesso, ero felice davvero"
21.04.2026 10:20 di Napoli Magazine
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NAPOLI - Ezequiel Lavezzi, ex attaccante del Napoli, nella lunga lettera scritta per "Consapevolezze" su Gianlucadimarzio.com, si è soffermato su diversi momenti della sua vita da calciatore e, tra le tante, sul suo rapporto d'amore con Napoli. Ecco le sue parole: 

"Senza il buio non conosceremmo la luce. Senza il nostro passato non saremmo chi siamo. Lo so, l’ho capito in questi ultimi anni. Non sono stato bene. Per mesi pensieri negativi si sono impossessati della mia testa. Continuavano a riempirla, non si fermavano mai. Era la depressione. Si era presentata nella mia vita senza chiedere il permesso. E, spesso, nessuno ti prepara a vivere quel malessere. Piano piano ce l’ho fatta. I miei figli e mia moglie sono stati essenziali. Grazie a loro ho affrontato quel velo oscuro e ho ritrovato serenità e tranquillità. È la prima volta che ne parlo. È la prima volta che racconto Ezequiel Lavezzi. Le sue fragilità, il suo coraggio, le sue ombre, le sue luci. In queste righe leggerete il viaggio di un ragazzo diventato uomo. Di un uomo che ha avuto il coraggio di affrontare le proprie fragilità e le pieghe più nascoste del proprio essere. Quelle che più gli facevano paura. Quelle che mi facevano più paura. Oggi sono pronto per raccontarvi di quei giorni, di come sono rimasto in piedi, dell'uomo e del padre che sono diventato. In queste parole troverete me stesso. Sono qui. Per me, per la mia famiglia, per chi mi è stato vicino, per chi sta vivendo o vivrà momenti di difficoltà. Non siamo soli.

BUIO - Era tutto buio in quei giorni. Era una sensazione strana, diversa. Opprimente. Non mi era mai successo prima. Non con quella intensità. Avete presente quei momenti in cui vi manca la terra sotto ai piedi? Quelli in cui avete come la sensazione che qualcuno vi stringa con forza la gola, impedendovi quasi di respirare? I pensieri ti paralizzano, un velo cala su di te e sembra schiacciarti. Fatichi a mettere ordine nella tua testa, ti senti fragile e travolto dal tuo malessere. Fa parte di te. Nel tuo corpo e nella tua mente. Era la fine del 2023. Ho attraversato un periodo di profondo malessere interiore, ho conosciuto l’oscurità. Non stavo facendo del bene. Né a me e né a chi mi stava vicino. Giravano tante voci sul mio conto, di ogni tipo. Ma poco mi importava, erano variabili che non potevo controllare. E nessuno poteva sapere davvero cosa stessi vivendo. In me c’era un forte stato di depressione e di ansia. Questa è la realtà. Non avevo mai provato nulla di simile. Per un po’ di tempo, quella condizioni mi ha sopraffatto. Mi aveva portato a chiudermi in me. Ma un giorno tutto è cambiato. Avevo toccato il fondo, non riuscivo più a vedermi così. Grazie al supporto della mia famiglia ho scelto di chiedere aiuto e di affidarmi a una clinica. È iniziato il mio percorso di trattamento con psicologi e specialisti che ancora oggi sto seguendo. È stata la decisione migliore che potessi prendere per me stesso. E lo consiglio a chi vive momenti bui: chiedete aiuto.

LA BELLEZZA DI ESSERE PADRE - Vedete, sono grato di aver passato quei momenti. Perché? Per la persona che sono oggi. Siamo figli di ciò che viviamo. E, spesso, degli attimi più dolorosi e della sofferenza provata. Perché ci vuole coraggio per affrontarli. Perché ci permettono di conoscere noi stessi, un po’ di più. E provo orgoglio per essere riuscito ad accettare le mie fragilità ed essere diventato chi sono oggi. Un uomo e un padre più consapevole e maturo. Già, un padre. Siamo abituati a pensare che siano i grandi a dare insegnamenti ai piccoli. Siamo convinti che siano i genitori a essere l’esempio dei propri figli. Ma non è così. O almeno, non sempre. I miei due figli sono stati fondamentali. Sono rimasto in piedi anche per loro. Mi hanno dato la forza per resistere. Sono il dono più grande della mia vita. Vittorio, il secondo, è stato una seconda possibilità che la vita mi ha dato. È nato proprio in quel periodo di buio. Mi ha permesso di rinascere e di riscoprirmi come padre. Quando era nato Tomas, il mio primo figlio, ero solo un ragazzo. Questa volta è stato diverso. Ero diverso. Più consapevole e pronto ad affrontare questa responsabilità. Ogni giorno è una nuova scoperta. Vedere crescere Vittorio mi rende vivo e pieno di energia. Mi dona prospettive nuove. E poi c’è Tomas, il mio orgoglio. Sono fiero dell’uomo che è diventato. Figli miei, grazie.

IL MIO MIGLIORE AMICO - A volte me lo chiedono se mi manca il pallone. Ma in tutta sincerità vi dico di no. Certo, è e sarà sempre il mio migliore amico, ma ora sono felice senza. Voglio dare spazio alla famiglia e regalarmi nuovi lati della vita. E questo penso sia il motivo per cui ho smesso così presto. Non mi è pesato. Era una sensazione che avevo. Chiara, precisa. Ero stanco, la motivazione non era più la stessa. E poi volevo dire addio quando ancora ero ad alto livello e non essere obbligato a farlo. È stato un gesto di rispetto verso il mio amico. Verso colui che mi ha salvato quando ero solo un bambino. Perché vedete, chi cresce nel mio quartiere spesso non ha futuro. Diventi grande in vie in cui è normale vedere droga e armi. Fanno parte della tua quotidianità. E prendere quelle strade è facile. I miei genitori erano separati, io stavo con mia mamma. Era sempre al lavoro e passavo le giornate fuori casa a giocare con gli amici. È stata un’infanzia bellissima, ma non semplice. Per fortuna c’era il pallone. Senza il calcio non so che fine avrei fatto. E pensare che dai 13 ai 15 anni avevo smesso di giocare. Non mi divertivo più, mi annoiavo. Poi per puro caso un giorno sono andato con dei miei amici a una partitella. C’erano dei procuratori a guardare e mi hanno notato. “Torna in campo con noi. Però devi iniziare a fare una vita da professionista”. Ho accettato. Qualcosa era cambiato in me.

NAPOLI - E poi è arrivata Napoli, la città del mio cuore. Era destino. Ero già stato in Italia per dei provini con la Fermana e il Pescara. Per dei problemi con il passaporto era saltato tutto. È passato del tempo ed è arrivata l’Atalanta. Avevano anche raggiunto i soldi che chiedevo, ma quando si è presentato il Napoli non ho avuto dubbi. Per noi argentini era la squadra di Maradona. Ho rinunciato a dei soldi, ma sentivo di dover scegliere l’azzurro. E ho fatto bene. Napoli per me è diventata casa, famiglia, amore. Sono stato travolto dall’affetto e la passione dei tifosi. Tutte le mattine prima di andare agli allenamenti c’erano sotto casa 50 persone per foto e autografi. Insieme, noi e i napoletani, abbiamo costruito qualcosa di grande. Abbiamo riportato la squadra in Champions. In quegli anni sembrava impossibile. E io con quella maglia sono diventato… il Pocho Lavezzi. Ed è per il rispetto e l’affetto che avevo per quella gente che ho sempre rifiutato proposte di squadre italiane. Un amore troppo intenso e puro. Perché Napoli… è Napoli. Mi ha fatto il regalo più grande: mi ha permesso di essere me stesso. Durante la mia carriera ho sempre cercato di giocare divertendomi come quando ero bambino. Ecco, a Napoli l’ho potuto fare. Ero felice. Felice davvero.

VITA - Il pallone mi ha portato poi a Parigi. Un’esperienza bellissima. Era un progetto nuovo, abbiamo permesso ai tifosi di rivivere l’emozione che solo la vittoria di un campionato può dare. E come dimenticare la Nazionale. Vestire la maglia dell’Argentina è tutto: emozione, onore, sogno. Il mio Paese, il mio sangue. Ora sono ripartito. Non so cosa ci sarà nel mio futuro. Forse tornerò a Napoli, chi lo sa. So cosa voglio essere. Un buon padre e marito, una brava persona. Raccontare la mia storia per aiutare chi vive momenti di difficoltà. Ed è per questo che ho deciso di affidarmi a Vanquish, per poter comunicare al meglio messaggi così importanti. Oggi mi riguardo indietro e sorrido in modo sincero. Il mio è un viaggio iniziato tra le strade argentine quando ero bambino. In quelle vie è nato il mio soprannome. Avevo un cagnolino che si chiamava Pocholo. Quando è morto, la mia famiglia mi ha dato il suo nome. Era un cane che non si fermava mai, che rompeva un po’ le scatole… proprio come me. Quel bambino ne ha fatta di strada. È diventato calciatore. Ha mantenuto la promessa fatta a mamma e papà: rimanere una brava persona. È stato capace di guardarsi dentro e accettare le proprie fragilità, anche nel periodo più doloroso della sua vita. È diventato uomo e padre. E ora voglio continuare in questo mio percorso di crescita. Essere una persona che non dimentichi quello che ha passato, che riesca ad accogliere la semplicità e che si goda la famiglia. Voglio vivere. Perché, alla fine, la vita è ciò che di più bello c’è per un essere umano".

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L'EX - Lavezzi: "Ho fatto bene a scegliere l’azzurro, Napoli per me è diventata casa, famiglia, amore, Napoli… è Napoli, mi ha fatto il regalo più grande: mi ha permesso di essere me stesso, ero felice davvero"

di Redazione

21/04/2026 - 10:20

NAPOLI - Ezequiel Lavezzi, ex attaccante del Napoli, nella lunga lettera scritta per "Consapevolezze" su Gianlucadimarzio.com, si è soffermato su diversi momenti della sua vita da calciatore e, tra le tante, sul suo rapporto d'amore con Napoli. Ecco le sue parole: 

"Senza il buio non conosceremmo la luce. Senza il nostro passato non saremmo chi siamo. Lo so, l’ho capito in questi ultimi anni. Non sono stato bene. Per mesi pensieri negativi si sono impossessati della mia testa. Continuavano a riempirla, non si fermavano mai. Era la depressione. Si era presentata nella mia vita senza chiedere il permesso. E, spesso, nessuno ti prepara a vivere quel malessere. Piano piano ce l’ho fatta. I miei figli e mia moglie sono stati essenziali. Grazie a loro ho affrontato quel velo oscuro e ho ritrovato serenità e tranquillità. È la prima volta che ne parlo. È la prima volta che racconto Ezequiel Lavezzi. Le sue fragilità, il suo coraggio, le sue ombre, le sue luci. In queste righe leggerete il viaggio di un ragazzo diventato uomo. Di un uomo che ha avuto il coraggio di affrontare le proprie fragilità e le pieghe più nascoste del proprio essere. Quelle che più gli facevano paura. Quelle che mi facevano più paura. Oggi sono pronto per raccontarvi di quei giorni, di come sono rimasto in piedi, dell'uomo e del padre che sono diventato. In queste parole troverete me stesso. Sono qui. Per me, per la mia famiglia, per chi mi è stato vicino, per chi sta vivendo o vivrà momenti di difficoltà. Non siamo soli.

BUIO - Era tutto buio in quei giorni. Era una sensazione strana, diversa. Opprimente. Non mi era mai successo prima. Non con quella intensità. Avete presente quei momenti in cui vi manca la terra sotto ai piedi? Quelli in cui avete come la sensazione che qualcuno vi stringa con forza la gola, impedendovi quasi di respirare? I pensieri ti paralizzano, un velo cala su di te e sembra schiacciarti. Fatichi a mettere ordine nella tua testa, ti senti fragile e travolto dal tuo malessere. Fa parte di te. Nel tuo corpo e nella tua mente. Era la fine del 2023. Ho attraversato un periodo di profondo malessere interiore, ho conosciuto l’oscurità. Non stavo facendo del bene. Né a me e né a chi mi stava vicino. Giravano tante voci sul mio conto, di ogni tipo. Ma poco mi importava, erano variabili che non potevo controllare. E nessuno poteva sapere davvero cosa stessi vivendo. In me c’era un forte stato di depressione e di ansia. Questa è la realtà. Non avevo mai provato nulla di simile. Per un po’ di tempo, quella condizioni mi ha sopraffatto. Mi aveva portato a chiudermi in me. Ma un giorno tutto è cambiato. Avevo toccato il fondo, non riuscivo più a vedermi così. Grazie al supporto della mia famiglia ho scelto di chiedere aiuto e di affidarmi a una clinica. È iniziato il mio percorso di trattamento con psicologi e specialisti che ancora oggi sto seguendo. È stata la decisione migliore che potessi prendere per me stesso. E lo consiglio a chi vive momenti bui: chiedete aiuto.

LA BELLEZZA DI ESSERE PADRE - Vedete, sono grato di aver passato quei momenti. Perché? Per la persona che sono oggi. Siamo figli di ciò che viviamo. E, spesso, degli attimi più dolorosi e della sofferenza provata. Perché ci vuole coraggio per affrontarli. Perché ci permettono di conoscere noi stessi, un po’ di più. E provo orgoglio per essere riuscito ad accettare le mie fragilità ed essere diventato chi sono oggi. Un uomo e un padre più consapevole e maturo. Già, un padre. Siamo abituati a pensare che siano i grandi a dare insegnamenti ai piccoli. Siamo convinti che siano i genitori a essere l’esempio dei propri figli. Ma non è così. O almeno, non sempre. I miei due figli sono stati fondamentali. Sono rimasto in piedi anche per loro. Mi hanno dato la forza per resistere. Sono il dono più grande della mia vita. Vittorio, il secondo, è stato una seconda possibilità che la vita mi ha dato. È nato proprio in quel periodo di buio. Mi ha permesso di rinascere e di riscoprirmi come padre. Quando era nato Tomas, il mio primo figlio, ero solo un ragazzo. Questa volta è stato diverso. Ero diverso. Più consapevole e pronto ad affrontare questa responsabilità. Ogni giorno è una nuova scoperta. Vedere crescere Vittorio mi rende vivo e pieno di energia. Mi dona prospettive nuove. E poi c’è Tomas, il mio orgoglio. Sono fiero dell’uomo che è diventato. Figli miei, grazie.

IL MIO MIGLIORE AMICO - A volte me lo chiedono se mi manca il pallone. Ma in tutta sincerità vi dico di no. Certo, è e sarà sempre il mio migliore amico, ma ora sono felice senza. Voglio dare spazio alla famiglia e regalarmi nuovi lati della vita. E questo penso sia il motivo per cui ho smesso così presto. Non mi è pesato. Era una sensazione che avevo. Chiara, precisa. Ero stanco, la motivazione non era più la stessa. E poi volevo dire addio quando ancora ero ad alto livello e non essere obbligato a farlo. È stato un gesto di rispetto verso il mio amico. Verso colui che mi ha salvato quando ero solo un bambino. Perché vedete, chi cresce nel mio quartiere spesso non ha futuro. Diventi grande in vie in cui è normale vedere droga e armi. Fanno parte della tua quotidianità. E prendere quelle strade è facile. I miei genitori erano separati, io stavo con mia mamma. Era sempre al lavoro e passavo le giornate fuori casa a giocare con gli amici. È stata un’infanzia bellissima, ma non semplice. Per fortuna c’era il pallone. Senza il calcio non so che fine avrei fatto. E pensare che dai 13 ai 15 anni avevo smesso di giocare. Non mi divertivo più, mi annoiavo. Poi per puro caso un giorno sono andato con dei miei amici a una partitella. C’erano dei procuratori a guardare e mi hanno notato. “Torna in campo con noi. Però devi iniziare a fare una vita da professionista”. Ho accettato. Qualcosa era cambiato in me.

NAPOLI - E poi è arrivata Napoli, la città del mio cuore. Era destino. Ero già stato in Italia per dei provini con la Fermana e il Pescara. Per dei problemi con il passaporto era saltato tutto. È passato del tempo ed è arrivata l’Atalanta. Avevano anche raggiunto i soldi che chiedevo, ma quando si è presentato il Napoli non ho avuto dubbi. Per noi argentini era la squadra di Maradona. Ho rinunciato a dei soldi, ma sentivo di dover scegliere l’azzurro. E ho fatto bene. Napoli per me è diventata casa, famiglia, amore. Sono stato travolto dall’affetto e la passione dei tifosi. Tutte le mattine prima di andare agli allenamenti c’erano sotto casa 50 persone per foto e autografi. Insieme, noi e i napoletani, abbiamo costruito qualcosa di grande. Abbiamo riportato la squadra in Champions. In quegli anni sembrava impossibile. E io con quella maglia sono diventato… il Pocho Lavezzi. Ed è per il rispetto e l’affetto che avevo per quella gente che ho sempre rifiutato proposte di squadre italiane. Un amore troppo intenso e puro. Perché Napoli… è Napoli. Mi ha fatto il regalo più grande: mi ha permesso di essere me stesso. Durante la mia carriera ho sempre cercato di giocare divertendomi come quando ero bambino. Ecco, a Napoli l’ho potuto fare. Ero felice. Felice davvero.

VITA - Il pallone mi ha portato poi a Parigi. Un’esperienza bellissima. Era un progetto nuovo, abbiamo permesso ai tifosi di rivivere l’emozione che solo la vittoria di un campionato può dare. E come dimenticare la Nazionale. Vestire la maglia dell’Argentina è tutto: emozione, onore, sogno. Il mio Paese, il mio sangue. Ora sono ripartito. Non so cosa ci sarà nel mio futuro. Forse tornerò a Napoli, chi lo sa. So cosa voglio essere. Un buon padre e marito, una brava persona. Raccontare la mia storia per aiutare chi vive momenti di difficoltà. Ed è per questo che ho deciso di affidarmi a Vanquish, per poter comunicare al meglio messaggi così importanti. Oggi mi riguardo indietro e sorrido in modo sincero. Il mio è un viaggio iniziato tra le strade argentine quando ero bambino. In quelle vie è nato il mio soprannome. Avevo un cagnolino che si chiamava Pocholo. Quando è morto, la mia famiglia mi ha dato il suo nome. Era un cane che non si fermava mai, che rompeva un po’ le scatole… proprio come me. Quel bambino ne ha fatta di strada. È diventato calciatore. Ha mantenuto la promessa fatta a mamma e papà: rimanere una brava persona. È stato capace di guardarsi dentro e accettare le proprie fragilità, anche nel periodo più doloroso della sua vita. È diventato uomo e padre. E ora voglio continuare in questo mio percorso di crescita. Essere una persona che non dimentichi quello che ha passato, che riesca ad accogliere la semplicità e che si goda la famiglia. Voglio vivere. Perché, alla fine, la vita è ciò che di più bello c’è per un essere umano".