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L'OPINIONE - Draghi: "Noi europei per la prima volta siamo davvero soli insieme, più assertivi con gli USA, il compromesso non ha funzionato"
14.05.2026 13:52 di Napoli Magazine
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"In un mondo in cui le alleanze sono in continua evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d'uomo, siamo davvero soli insieme. L'Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all'interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata". Lo ha detto Mario Draghi alla cerimonia del Premio Carlo Magno.

"Per la prima volta dal 1949" c'è "la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. Né la Cina offre un punto di riferimento alternativo", ha aggiunto.

Gli Usa, "il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L'Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation. Per ora, l'Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque. Ciò che ci frena è la sicurezza", ha evidenziato l'ex premier. "Il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio", ha aggiunto.

"Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell'impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L'altro percorso è dare sostanza operativa all'articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell'Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando", ha poi dichiarato.

"Questo - ha proseguito Draghi - non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. Un'Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica. Per l'Europa stessa, l'opportunità è sostanziale. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l'anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate. Ma importanti cambiamenti sono già in corso", ha detto Draghi. "L'Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata", ha concluso.

"La nostra esperienza attuale - ha evidenziato ancora Draghi - è che l'azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il risultato è un'azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell'inazione. Dobbiamo spezzare questo ciclo. I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l'azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico" .

"La virtù" del federalismo pragmatico "è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I Paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l'abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori", ha sottolineato l'ex premier italiano.

"L'euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un'autorità vera. Quando l'impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all'euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile", ha aggiunto. 

"I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l'Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l'Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più", ha evidenziato.

"In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l'Europa agisca. Vogliono che l'Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l'Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l'Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione", ha sottolineato. 

"Per alcuni, la risposta" a questo momento per l'Europa "è non cambiare: mentre altri si ritirano dall'apertura, l'Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole. L'Europa può ancora guadagnare da un'ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest'ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l'Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%", ha aggiunto.

"Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l'Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l'apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l'assenza di una decisione", ha rimarcato l'ex premier italiano.

 "In tutta Europa, c'è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all'estero. Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l'idea di un campo di gioco livellato a livello globale". 

"Made in Europe" dovrebbe essere visto anche in quest'ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l'Europa non può sostenere una postura credibile all'estero", ha sottolineato Draghi. 

"Il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l'uno rafforza l'altra", ha detto ancora l'ex premier spiegando che con "il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie porzioni della nostra economia avvolte da strati di regolamentazione", l'Ue ha "negato ai mercati la dimensione continentale necessaria per avere successo" e ha così creato una serie di vulnerabilità che la indeboliscono sul piano internazionale, come l'esposizione alla domanda esterna e la crescente dipendenza strategica".

"Non voglio fingere che il futuro dell'Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa sempre più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Le forze che ora mettono alla prova l'Europa stanno realizzando ciò che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno costringendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe infonderci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende", ha concluso Draghi.

Nella 'laudatio' per Draghi nel corso della cerimonia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che "noi chiediamo all'Unione europea di implementare adesso" il rapporto di Mario Draghi sull'Europa. Si tratta, ha spiegato, di "un'analisi implacabile" della situazione. "Le sue risposte sono chiare e ambiziose. E questo rispecchia la sua personalità", ha continuato.

"Un greco e un tedesco si inchinano davanti ad un italiano. Questo modo di cooperare al di là dei confini è la migliore premessa per il successo dell'Europa", ha commentato Merz sottolineando che il secondo laudator della giornata è il premier greco e citando anche il rapporto per l'Europa di Enrico Letta, per concludere: "Sono grato che due italiani, nella migliore tradizione di Alcide De Gasperi, abbiano indicato la strada agli europei". 

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L'OPINIONE - Draghi: "Noi europei per la prima volta siamo davvero soli insieme, più assertivi con gli USA, il compromesso non ha funzionato"

di Redazione

14/05/2026 - 13:52

"In un mondo in cui le alleanze sono in continua evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d'uomo, siamo davvero soli insieme. L'Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all'interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata". Lo ha detto Mario Draghi alla cerimonia del Premio Carlo Magno.

"Per la prima volta dal 1949" c'è "la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. Né la Cina offre un punto di riferimento alternativo", ha aggiunto.

Gli Usa, "il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L'Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation. Per ora, l'Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque. Ciò che ci frena è la sicurezza", ha evidenziato l'ex premier. "Il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio", ha aggiunto.

"Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell'impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L'altro percorso è dare sostanza operativa all'articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell'Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando", ha poi dichiarato.

"Questo - ha proseguito Draghi - non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. Un'Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica. Per l'Europa stessa, l'opportunità è sostanziale. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l'anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate. Ma importanti cambiamenti sono già in corso", ha detto Draghi. "L'Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata", ha concluso.

"La nostra esperienza attuale - ha evidenziato ancora Draghi - è che l'azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il risultato è un'azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell'inazione. Dobbiamo spezzare questo ciclo. I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l'azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico" .

"La virtù" del federalismo pragmatico "è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I Paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l'abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori", ha sottolineato l'ex premier italiano.

"L'euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un'autorità vera. Quando l'impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all'euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile", ha aggiunto. 

"I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l'Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l'Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più", ha evidenziato.

"In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l'Europa agisca. Vogliono che l'Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l'Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l'Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione", ha sottolineato. 

"Per alcuni, la risposta" a questo momento per l'Europa "è non cambiare: mentre altri si ritirano dall'apertura, l'Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole. L'Europa può ancora guadagnare da un'ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest'ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l'Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%", ha aggiunto.

"Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l'Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l'apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l'assenza di una decisione", ha rimarcato l'ex premier italiano.

 "In tutta Europa, c'è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all'estero. Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l'idea di un campo di gioco livellato a livello globale". 

"Made in Europe" dovrebbe essere visto anche in quest'ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l'Europa non può sostenere una postura credibile all'estero", ha sottolineato Draghi. 

"Il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l'uno rafforza l'altra", ha detto ancora l'ex premier spiegando che con "il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie porzioni della nostra economia avvolte da strati di regolamentazione", l'Ue ha "negato ai mercati la dimensione continentale necessaria per avere successo" e ha così creato una serie di vulnerabilità che la indeboliscono sul piano internazionale, come l'esposizione alla domanda esterna e la crescente dipendenza strategica".

"Non voglio fingere che il futuro dell'Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa sempre più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Le forze che ora mettono alla prova l'Europa stanno realizzando ciò che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno costringendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe infonderci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende", ha concluso Draghi.

Nella 'laudatio' per Draghi nel corso della cerimonia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che "noi chiediamo all'Unione europea di implementare adesso" il rapporto di Mario Draghi sull'Europa. Si tratta, ha spiegato, di "un'analisi implacabile" della situazione. "Le sue risposte sono chiare e ambiziose. E questo rispecchia la sua personalità", ha continuato.

"Un greco e un tedesco si inchinano davanti ad un italiano. Questo modo di cooperare al di là dei confini è la migliore premessa per il successo dell'Europa", ha commentato Merz sottolineando che il secondo laudator della giornata è il premier greco e citando anche il rapporto per l'Europa di Enrico Letta, per concludere: "Sono grato che due italiani, nella migliore tradizione di Alcide De Gasperi, abbiano indicato la strada agli europei".